Partiti da Tallin in una fresca mattinata di sole, da ieri mattina è iniziata la lenta discesa verso Sud. Evitando la costa Nord-Occidentale, ci siamo diretti su Haapsalu, già nota città termale e di soggiorno balneare fino agli inizi del secolo scorso, che ora sta tentando di tornare ai fasti del passato. Atmosfera estremamente rilassante, con le sue viuzze strette e le case di legno, la ragione della visita era però la fortezza vescovile. Il primo nucleo, chiamato “piccola fortezza”, venne fatto erigere dal vescovo feudatario nel 1265 e completato nei due secoli successivi, mentre il Piiskopilinnus, o castello vero e proprio, che si trova all’interno delle possenti mura, venne costruito invece tra il 1641 e il 1647 insieme alla cattedrale gotica. Da qui a Virtsu, dove ci si imbarca verso l’isola di Muhu, mezz’ora di traghetto, a sua volta collegata con un ponte a quella di Saareema, la più grande dell’Estonia e la seconda del Mar Baltico dopo quella di Gotland, in Svezia. 35 mila abitanti di cui 16 mila nel capoluogo Kuressaare, nella parte sud-occidentale, dove ci dirigiamo direttamente. La strada attraversa l’interno, e il panorama non cambia un granché rispetto alla terraferma: boschi di betulle misti a conifere, campi di grano, improvvise macchie di un giallo violento, forse colza. Un aspetto poco isolano e marittimo, che sia a me sia al "Segretario" ha ricordato sotto molti aspetti l'irlanda. Ci si domanda dove siano questi abitanti: i dati ufficiali sembrano troppo generosi, ma ci accorgiamo che molte abitazioni sono letteralmente immerse nella foresta, non costruite ai margini dell’arteria principale, in modo disperso. Una volta sistematici a Kuressaare, alla fine dell’Ottocento meta turistica dell’aristocrazia russa e non solo dopo la scoperta della presenza di fanghi curativi, imbocchiamo la strada costiera verso Sud-Ovest, che però tale non si rivela perché non si intravede ma il mare fino a quando non si giunge alla punta estrema della Penisola di Sövre, a Saäre, dove si trovano l’imponente faro, alcuni resti di postazioni sovietiche e alcuni bagnanti. In compenso transitiamo per alcuni borghi come Mandala, Anseküla e Salme, ridenti nonostante il nome che portano. Torniamo quindi verso Nord lungo la costiera occidentale della penisola, questa volta con più opportunità di vista-mare, incontrando alcuni lunghi tratti di strada sterrata e dove gli abitati che attraversiamo, come Jämaja, regolarmente segnati sulla cartina, sembrano villaggi-fantasma. Però abbiamo l’opportunità di fotografare uno dei rari mulini a vento superstiti delle centinaia che erano attivi sull’isola fino all’inizio del secolo scorso, senza pale ma se non altro autentico: ve ne sono altri, perfino ridipinti con
sembianze umane, chiaramente posticci. Dopo aver avvistato una volpe che attraversava la strada e poco dopo probabilmente una cinghialessa con annessa prole intenta a compiere la stessa operazione, abbiamo incontrato anche un contadino che spingeva sorridente la carriola traboccante di fieno appena rastrellato. E’ stato immediatamente battezzato “Il Felice Contadino Estone” dall’ineffabile Segretario, ieri in una fase di creatività didascalica particolarmente fertile. Tra una fermata e l’altra sulla costa, dove notiamo che ci si dedica alla costruzione di innumerevoli tumuli di varia forma con la ghiaia della spiaggia, così come altrove ci si appassiona a quella dei castelli di sabbia, giungiamo a Kihelkonna, segnalato come il centro più abitato della parte occidentale dell’isola dopo il capoluogo. Atmosfera bucolica, una pregevole chiesa con un campanile altissimo circondata da alberi così imponenti e rigogliosi, in questa stagione, da rendere impossibile un’inquadratura completa. Accanto un bed & breakfast, dal cui camino si spargevano i fumi aromatici di un’inequivocabile attività di affumicatura di carne e di distillazione di liquori. Una decina di case, prevalentemente in legno, sparse nei dintorni, con giardini pieni di piante da frutto, curatissime e adornate di fiori e nient’altro. A Veere, circa a metà di un’altra penisola che si protende sul versante nord-occidentale di Saareema, le uniche costruzioni appartengono a una dogana-merci che parrebbe in fase di dismissione. A Mustjala, come a Kihelkonna, un’altra chiesa deliziosa in mezzo a una decina di case sparpagliate, e quindi a Tagaranna, all’estremità settentrionale di Vinose Pank (Punta Vinose), con vista su Panga Pank, l’unico luogo di Saarema in cui le coste hanno forma di scogliera. Transitando ancora per Valjala, al centro dell’isola, con un’altra notevole chiesa gotica in mezzo a un borgo sonnolento, siamo rientrati a Kuressaare per l’ora di cena, domandandoci dove potessero essersi cacciati i sedicimila abitanti della cittadina, perché l’impressione è stata che ci fossero soltanto turisti, poco numerosi e in buona parte finlandesi. Oltretutto è la stagione migliore, perché in agosto l’estate, a queste latitudini, volge ormai decisamente al termine. Un ultimo accenno alla gastronomia: si trovano piatti locali come zuppe di crauti, di fagioli o a base di panna acida, così come sapidi arrosti di maiale, piatti di cinghiale e di alce, oltre agli immangabili "pankuki", crêpes dai ripieni più vari; ma sono presenti anche i fast food, all'americana, e qualcosa che chiamano pizza nonché piatti di pasta sono purtroppo reperibili ovunque. Deliziose le fragole da coltivazione e quelle di bosco, in quantità industriali, nonché i mirtilli, venduti spesso lungo le strade ma anche nelle città direttamente da chi le ha raccolte. A prescindere dal tono un po’ ironico sulla rarefazione degli abitanti, l’ambiente particolarmente agreste e la vita sociale poco frenetica, Saarema è il luogo ideale per chi cerca una vacanza a contatto con la natura, detesta avere rompiscatole attorno, ama fare passeggiate ed è un vero paradiso per i cicloturisti, e infatti ne abbiamo visti tanti di ogni età. La struttura alberghiera è più che adeguata per qualsiasi esigenza, volendo andare al risparmio ci sono anche campeggi, spesso dotati di bungalow, e anche chi si muove in camper non troverà problemi. Senza dimenticare che qui si ritrova probabilmente l’anima estone più autentica, considerato che l’isola è sempre stato l’ultimo posto occupato dalle potenze straniere, come documenta la ricca esposizione che si può visitare nel suggestivo Piiskopillinus di Kuressaare, un'altra fortezza vescovile perfettamente restaurata e conservata.
TALLINN - La capitale dell'Estonia e principale porto del Paese, a soli 80 chilometri da Helsinki e da sempre centro commerciale sulla rotta fra Russia e Scandinavia, è una città vivace, giovane, che fonde in un insieme armonioso la città vecchia, d'impronta medievale e restaurata con cura negli ultimi decenni, all'interno dell'antica cinta muraria in buona parte ben conservata, e la parte più moderna, commerciale, che si estende intorno. 400 mila abitanti, la città ha conosciuto negli ultimi anni un ulteriore sviluppo del suo porto, soprattutto passeggeri, con un notevole intensificarsi dei traghetti da e verso la Scandinavia. In pieno sviluppo il settore informatico, tanto da essere stata definita qualche anno fa dal New York Times come una sorta di "Silicon Valley sul Ma Baltico". La riprova si ha con la conessione Wi-Fi, quasi sempre gratuita, e velocissima, disponibile pressoché ovunque. Molti turisti in questo periodo, anche per via di un festival di musica folcloristica che si chiudeva giovedì sera: la piazza del Municipio e le vie adiacenti mi hanno ricordato Praga, non solo per lo stile architettonico ma anche per il brulicare di turisti. Non solo finlandesi, russi, e svedesi ma anche tedeschi, spagnoli, francesi e italiani, spesso sbarcati durante il giorno dalle navi da crociera che fanno tappa qui nel giro delle città baltiche. Con la speranza che non diventi presto infrequentabile come la capitale ceca e un baraccone turistico. Alcuni segni in questo senso si vedono già: i prezzi sono relativamente alti, i negozi di ciarpame suoveniristico spuntano come funghi (e anche i primi indiani specializzati nella vendita di cappellini, bandierine, magneti e bamboline), si paga per vedere ogni cosa e non poco per gli standard locali: la media è di due o tre euro di ingresso, il più delle volte anche per le chiese. Con orari di chiusura abbastanza assurdi in questa stagione: alle 17 quando il sole è ancora alto, e le giornate si protraggono all'infinito. Ristoranti e locali a profusione, di ogni tipo, non è scomparsa una vera e propria cultura del caffè tipica della città: ce n'è per tutti i giusti. Come non è passata la passione per il canto, che accomuna le tre nazioni baltiche e ne costituisce l'anima: non è raro imbattersi in cori per strada, anche a presindere dai festival, e vedere persone di ogni età spostarsi vestiti in costumi tradizionali con dietro gli strumenti. D'altronde esiste uno stadio del canto, lungo la costa, capace di contenere 150 mila spettatori. La storia è quella tipica delle città baltiche, passate da un dominio all'altro: danese, russo, svedese ma soprattutto segnate dall'aver fatto parte della Lega Anseatica, per cui l'influenza tedesca è stata molto forte: Reval è il nome in quella lingua, spesso usato dai locali.
Nella parte più interna della città vecchia (nella foto a destra uno scorcio di Katarina Käik) fino alla fine dell'Ottocento vivevano esclusivamente maggiorenti tedeschi, in quella vecchia commercianti in prevalenza germanici, e fuori dalle mura la allora minoranza estone. In seguito, un marcato tentativo di russificazione, che raggiunse il suo culmine in era sovietica, dal 1944 al 1989. E ancora oggi la presenza di un 35% circa di popolazione russa, ma nata qui o magari già alla seconda o terza generazione, crea qualche problema. Per ottenere la cittadinanza estone ed essere naturalizzati, i russi hanno dovuto sostenere un esame nella lingua locale, e la popolazione è calata del 20% dal 1991, data dell'indipensenza estone, ma anche ora il russo è la lingua che più si sente palare tra le persone di condizioni più modeste. Che sono anche quelle che più hanno subito la crisi degli ultimi anni: con i prezzi che corrono attualmente, i salari mensili medi tra i 500 e i 600 € e i sussidi di disoccupazione sui 350 per il primo anno non consentono di scialare, e spesso le merci acquistate in Finlandia e Svezia sono più convenienti di quelle in vendita qui, oltre che di qualità superiore. Il doppio lavoro è pratica diffusa, ma non ho visto gente né triste né eccessivamente preoccupata, e questo è segno di vitalità. La città vecchia, come dicevo, è incantevole e merita un paio di giorni di visita. Ha subito gravi danni durante l'ultima guerra ma è stata ricostruita con infinito amore e si vedono i risultati: nulla che risulti improvvisato o, peggio, posticcio. A parte le mura turrite e le guglie slanciate che caratterizzano il profilo della città, spicca Raekoja Plats (piazza del municipio) dominata dal palazzo comunale, su cui sovrasta una torre che può ricordare un minareto in cima alla quale il "Vecchio Tommaso", un buffo soldato armato di picca in metallo che funge da segnavento, sorveglia la città da centinaia d'anni e ne è diventato il simbolo. Nella piazza una delle più antiche farmacie del mondo, ancora in attività e con un piccolo ma interessante museo (per una volta gratuito) e nelle vicinanze chiese notevoli tra cui primeggia quella straordinaria del Santo Spirito, quindi Sant'Olaf, il Monastero Domenicano, San Pietro e Paolo, quella gotica di san Nicola, fatta erigere dalla corporazione dei commercianti germanici, dove sono conservate la quattrocentesca "Danza macabra" opera del tedesco Berndt Notke e una collezione di opere, tele ma
anche trittici in legno e statue, provenienti dalle chiese medievali estoni. Nella parte bassa della città, notevoli i palazzi delle "gilde", o corporazioni, raccolte nella stessa via, a farsi concorrenza tra loro e competere per possedere la sede più prestigiosa (a sinistra, il portale della Confraternita delle Teste Nere, il cui fondatore era un moro convertito al cristianesimo). Infine a Toompea, in cima alla collina, a sua volta murata, che al tempo del regno germanico era riservata al vescovo e alla nobiltà feudale (e rimase "tedesca" anche fino a epoche recenti), oltre alle torri più caratteristiche, come quella della Vergine e la "Kiek-in-de-Kök" (letteralmente "guarda in cucina" in basso tedesco), l'imponente e suggestiva cattedrale Russo-Ortodossa Alexaner Nevskji, una delle tante costruite alla fine dell'Ottocento nel primo tentativo, accennato sopra, di "russificare" le province baltiche. In cima alla collina anche il neoclassico palazzo del Parlamento e una serie di belvedere da cui ammirare il panorama della città. Le attese mie e del "Segretario" non sono certo andate deluse.
Non era un eroe, né uno stinco di santo. Era soltanto un ragazzo di 27 anni, genialoide, che amava la musica, pluristrumentista ma senza eccellere con una chitarra in mano, piuttosto infelice e non che ha retto lo stress della rock star. E' stato uno dei tre fondatori dei Rolling Stones insieme ai "Glimmer Twins", e anche l'unico a non provenire da Londra ma da Cheltenham, Glouchestershire, di buona famiglia e ottima formazione. Forse voleva essere il leader ma non ne aveva la forza e la stoffa. Lo hanno trovato morto nella piscina della sua villa di Hartfield, nel Sussex, nella notte fra il 2 e il 3 luglio di 40 anni fa. Le cause non sono mai state chiarite del tutto, quella più probabile è che sia finito in acqua ubriaco e probabilmente "sballato": già da un paio di mesi aveva lasciato ufficialmente il gruppo. Due giorni più tardi, a Hyde Park, gli Stones presero il volo per la loro consacrazione definitiva dopo un periodo di alti e bassi, dovuti anche all'incostanza e inaffidabilità di Brian, con un concerto gratuito a cui parteciparono 500 mila persone, una Woodstock ante litteram di un mese e mezzo. Era già programmato per il debutto del chitarrista che avrebbe sostituito Brian nei successivi 6 anni, Mick Taylor, e non fu una commemorazione apposita, come molti hanno pensato. Mick Jagger ricordò il co-fondatore del gruppo leggendo una poesia di Percy Bysshe Shelley che iniziava così: "Peace, peace! He is not dead, he doth not sleep / he hath awakened from the dream of life / 'Tis we, who lost in stormy visions, keep with phantoms an unprofitable strife". Cazzo, sono passati quarant'anni! Ma la notizia della sua morte aveva fulminato tanti della mia generazione, e sono sicuro che in tanti lo ricorderemo.
TARTU (Estonia) - Superata d'un balzo la Lituania, l'altroieri, nel giro di sei ore da Bialystok, la prima presa di contatto con i Paesi Baltici, considerata la totale assenza di controlli alle frontiere, è avvenuta a Bauskas, con una temperatura di 30 gradi all'ombra, la gente che gira in prendisole se non direttamente in tenuta da spiaggia e che affolla le rive dei fiumi, e dove abbiamo provveduto a fare un primo bancomat in moneta locale. Siamo nello Zemgale, nel cuore della Lettonia, a Sud di Riga, regione che prende il nome dall'antica popolazione dei semigalli (che però coi galli nostrani non c'entrano nulla, per quanto indoeuropei). In centro la prima visita è stata al "pils", o castello, cittadino, appartenuto all'ordine dei Cavalieri Teutonici, da essi stessi costruito alla metà del XV secolo e modificato man mano nel loro stile pressoché inconfondibile (foto in alto). A una decina di chilometri di distanza, a Rundales, il "palazzo d'inverno" lettone, la residenza estiva dei duchi di Curlandia, un magnifico palazzo disegnato dall'architetto italiano Francesco Bartolomeo Rastrelli, allora attivo a San Pietroburgo, e che da lì fece venire le maestranze, e che fu costruito in due fasi tra il 1735 e il 1768, commiettente Ernst Johann Biron. Un maestoso edificio barocco con elementi rococò, oggi sede di esposizione permanente delle varie sale arredate e rdelle accolte dei duchi, e sul suo retro uno splendido e curatissimo giardino all'italiana che in questa stagione e nelle condizioni meteorologiche attuali è un'esplosione gioiosa di colori. Ultima visita nella zona, quella alla residenza nobiliare realizzata alla tra il 1797 e il 1802 in stile neoclassico dal berlinese Johann Berlitz su progetto di Giacomo Quarenghi e poi donato dallo zar Paolo I alla governante dei suoi figli, Charlotte von Lieven e appartenuta a quest'ultima famiglia fino al 1937. In epoca comunista, vi fu installata un'azienda agricola. Venne restaurata alla fine degli anni Novanta e il terzo piano del palazzo trasformato in albergo di charme. E tale sarebbe, se il ristorante non fosse desolatamente chiuso e a presidiare il palazzo non fosse rimasto un personaggio inquietante e dall'aspetto malsano che funge da cassiere del museo e factotum, che ricorda l'Igor del film Frankenstein e incarna il perfetto sopravvissuto all'epoca del passato regime.
Non a caso, russofono. In serata siamo arrivati e abbiamo pernottato a Jeglava, già capitale del ducato di Curlandia e oggi tranquillo capoluogo provinciale di circa 60 mila abitanti, ma dalla viva tradizione culturale. Anche qui, nel castello sul fiume Lielupe, ha lasciato il segno l'architetto Rastrelli, per lo stesso committente del palazzo di Rundales, Ernst Johann Biron, un palazzo imponente che assomiglia ancor più a quelli pietrobughesi, oggi sede della facoltà di agraria della Lettonia. Sopravvissuto alle distruzioni della guerra e restaurate a regola d'arte l'edificio barocco dell'Accademia Petrina (dal nome del figlio del duca Johann Biron), per lungo tempo centro dell'attività culturale di Jelgava e ginnasio accademico, oggi sede museale. Questa mattina, sulla strada verso l'Estonia, sosta d'obbligo a Sigulda, capoluogo di quella che viene chiamata "Svizzera lettone" per via dei suoi rilievi (colline alte al massino 150 metri), all'ingresso del Parco Nazionale di Gauias, dal nome del fiume che l'attraversa. Anche qui tracce notevoli della presenza dei cavalieri teutonici: alle spalle del Castello Nuovo costruito a fine '800 in stile Tudor (a me e al segretario pareva Disneyland), i resti della possente fortezza dell'ordine, e di là dal fiume, a Turaida (cfr foto più in alto, a snistra), antico insediamento dei livi, popolo di origine finnica, la "riserva-museo" che comprende la fortezza del vescovo di Riga, in mattoni, restaurata a metà degli anni Cinquanta.
Ultima sosta prima della frontiera estone, sempre nel cuore del Parco nazionale del Gauias, nella antica, vivace e ben conservata città di Cesis, fondata attorno al 1200 e a lungo capitale dell'Ordine dei Portaspada, che vi eressero la fortezza omonima oggi tra le rovine meglio conservate della Lettonia, poi sede dell'ordine di Livonia, trasferitovi a Cesis da Riga. In seguito fu anche città anseatica col nome tedesco di Wenden. Edifici d'epoca sulla piazza principale, tra cui spicca la chiesa gotica di San Giovanni, eretta alla fine del 13° secolo e distrutta da un incendio a metà del '700 e ricostruita allora nella forma visibile oggi. Nel parco che circonda invece i resti della fortezza, in parte restaurata e comunque agibili, abbiamo invece scoperto una statua in metallo di Lenin in perfetto stato, adagiata in una specie di sacrofago all'aperto, opportunamente accostata, per non dire nascosta, in un angolo sotto le mura di cinta. Fu deposta il 21 agosto del 1991, giorno in cui la Lettonia riconquistò l'indipendenza dall'Unione Sovietica, già dichiarata un anno prima. La citazione del magistrale libro "Buonanotte, signor Lenin" di Tiziano Terzani è d'obbligo!
BIALYSTOK - La seconda tappa della marcia di avvicinamento ai Paesi Baltici ci ha portato, abbastanza faticosamente a Bialystok, questa sera, dopo oltre seicento chilometri di strade statali piuttosto strette, a saliscendi, piuttosto battute e piene di lavori in corso (peraltro è comprensibile che da queste parti li si compiano in questa stagione), in un panorama prevalentemente agreste e piacevole, attraversando anche alcuni parchi nazionali, e superando indenni pure una violenta tempesta di vento e grandine che ci ha sorpreso tra i boschi a circa 100 chilometri dalla meta. La città è abbastanza insignificante, pur essendo, coi suoi 300 mila abitanti, il centro più popoloso della Polonia nord-orientale, capitale del voivodato di Podlachia e avendo una storia che risale a metà del 15° secolo, piuttosto complessa, poiché la città è passata di mano dalla Polonia alla Lituania alla Bielorussia e alla Prussia a più riprese nel corso della sua esistenza. A metà dell'800 la maggioranza della sua popolazione era d'origine ebraica, i tedeschi ne fecero piazza pulita nel 1941, quando la ripresero ai russi ai quali era stata assegnata dal patto Von Ribbentrop-Molotov di due anni prima. La città subì ingenti danni nella Prima come nella Seconda Guerra Mondiale, per cui rimangono ben pochi edifici storici e attualmente il centro è in piena ristrutturazione, da qui anche una viabilità disagevole e confusionaria che non aiuta ad avere un approccio positivo. Centro industriale e commerciale, a soli 60 chilometri dal confine con la Bielorussia, lo è anche dal punto di vista culturale, sede di un politecnico e di alcune facoltà umanistiche. Venendo in questa zona, seppure a volo d'uccello, non abbiamo mancato di dedicare una visita di qualche ora prima a Zamosc e poi a Lublino. La prima fu fondata da Jan Zamoiski, da cu prende il nome, nel 1580, sulla via, strategica, che collega l'Europa Centrale e Settentrionale al Mar Nero. Era, questi, cancelliere e capo dell'esercito della Confederazione Polacco-Lituana e aveva il controllo, nella zona e fino in Bielorussia, di terre e città per un'estensione pari a quella del Lazio, circa 17.000 km quadrati. Il modello era quello della "città ideale" rinascimentale, e fu costruita in versione barocca dall'architetto Bernardo Morando di Padova, rifacendosi allo stile italiano ed europeo. A pianta ortogonale, cuore del centro è la piazza del rynak (mercato, vedi foto in alto), di una perfezione assoluta, 100 metri per lato. La parte storica della città è stata dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO. 70 mila abitanti, Zamosc, oltre ad essere bella, è vivace ed estremamente piacevole. Una sorpresa. Che non è stata, invece, Lublino, da sempre importante punto di riferimento di una regione a vocazione agricola e ora anche industriale, di cui conoscevamo per sommi capi la storia, complessa come quella di Zamosc per il suo passaggio sotto il controllo di diversi potentati in brevi periodi di tempo, ma la cui rilevanza fu costante per la cultura ebraica (tanto da essere chiamata la loro "Oxford") come sede di studi talmudici ma anche importante centro dello Chassidismo nel 18° secolo. Tristemente nota la tragica fine della popolazione ebraica che, all'arrivo dei tedeschi nella primavera del 1941, divisa in due ghetti, ammontava a quasi 35 mila persone. In buona parte sterminate nel campo di concentramento di Belzec prima del 1942 e gli altri in un altro campo nei pressi della città. Che oggi conta circa 350 mila abitanti, ha conservato un centro storico (Stare Maisto, la città vecchia, cfr foto sotto, vista dal castello) in buone condizioni, che rende l'idea di come fosse il centro urbano nel passato, e numerose testimonianze storiche, tra cui la torre della Santissima Trinità che domina sulla città vecchia, la bellissima basilica dei domenicani di San Stanislao, la cattedrale barocca, la chiesa dei carmelitani, la porta di Cracovia, il vecchio municipio e il castello. In un'altra occasione merita senz'altro una visita più accurata e almeno un giorno di sosta.
KROSNO (Polonia) - La prima tappa del viaggio verso i tre Paesi Baltici, intrapreso da me e dall'amico "Segretario", è a Krosno, Krossen in tedesco, nota anche come la "Piccola Cracovia", poco meno di 50 mila abitanti e capoluogo del distretto omonimo, che si trova nel voivodato dei Precarpazi. Appartenuta per secoli all'Impero Austro-Ungarico, fu annessa al nuovo regno polacco al termine della Prima Guerra Mondiale. Situata una quarantina di chilometri a Nord del confine con la Slovacchia, in una vasta piana ai piedi dei primi rilievi dei Carpazi e non lontano dai monti Tatra, in una regione di dolci colline ricoperte di boschi, arricchitasi ne secoli per essere sbocco della via di comunicazione più rapida e agevole con la vicina Ungheria, e quindi centro commerciale soprattutto per quanto riguarda vini e tessuti, prossimo anche al confine con l'Ucraina, che si trova ad appena 85 chilometri. Un tempo munita di una completa cinta muraria, conserva tutt'ora oltre all'impianto, una netta impronta medievale sia negli edifici che si affacciano sulla piazza del Mercato, chiamata Rynek, sia nelle chiese, tra cui spiccano la parrocchiale della Santa Trinità, la chiesa del convento dei francescani e quella dei cappuccini. Simbolo della città, la torre campanaria eretta fra il 1638 e il 1651 ad opera di Wojciech (Adalbert) Portius (nella foto in alto a sinistra). Dopo un periodo di decadenza a causa del venir meno della sua importanza mercantile, riprese vigore quando nelle vicinanze vi fu scoperto il più importante giacimento petrolifero polacco. Tutt'ora si piazza al 6° posto della classifica delle città con il più alto tenore di vita della Polonia, ed è davvero un gradevolissimo biglietto da visita per un Paese ricco di storia e di vestigia, sorprendente, che si gira agevolmente anche in mancanza di autostrade, accogliente, dove si spende poco rispetto ai parametri a cui siamo abituati e in cui non è difficile riuscire a entrare in contatto con le persone. Io ci torno sempre volentieri. Anche il tempo si è messo al bello dopo un migliaio di chilometri in buona parte trascorsi in compagnia di temporali, e anche le temperature sono estive. Come inizio non c'è male.
Meno uno. Nell'attesa che una scarica elettrica fulmini Madonna Louise Veronica Ciccone e una mandria di bisonti inferociti travolga Simon Le Bon e dopo Ronald Reagan e Margaret Thatcher, che hanno tolto già il disturbo, saranno svaniti gli ultimi simboli degli anni Ottanta, il decennio più insulso e di merda che ci è toccato di vivere. Finora.
Condivido le conclusioni dell'editoriale di oggi sul CorSera di Ernesto Galli della Loggia che vede nella "deriva" che affligge l'Italia "un ritorno all’antico. Si dilegua la politica, infatti, e sembra di veder riaffiorare un’Italia che credevamo alle nostre spalle: un Paese in mano a pochi, a oligarchie interessate esclusivamente al proprio potere; un Paese marginale, tagliato fuori dal mondo e che ha ormai perso il senso di un destino comune, senza ambizioni e progetti per il futuro; un Paese che non si stima e che non sembra più capace di chiedere nulla a se stesso. Un Paese che nel vuoto della politica lascia vedere qualcosa di molto simile a un vuoto di volontà, a un vuoto morale". Secondo l'autore, la cancellazione della politica, intesa come "idee, programmi, procedure di selezione, organi collettivi di dibattito e di direzione", in una parola come scelta rispetto alle questioni che riguardano la vita quotidiana come le prospettive della cittadinanza, è dovuto a un eccesso di personalizzazione che ha raggiunto livelli patologici rispetto agli altri Paesi di democrazia liberale. Personalizzazione di cui Berlusconi sarebbe sintomo più che malattia. A riprova, secondo Galli, le accuse che si stanno riversando in queste settimane sul capo del governo proprio da parte di coloro che "fino a ieri additavano la suddetta personalizzazione come sbagliatissima e assolutamente da evitare". E anche qui sono dello stesso parere, perché anche i sedicenti avversari del Cavalier Banana, essendo carenti di idee come di proposte e soluzioni concrete non hanno fatto altro, negli ultimi quindici anni, che adeguarsi allo stile da piazzista imposto dal Cavalier Banana, frequentare gli studi televisivi ed esibire la propria persona, per vendere al meglio il proprio prodotto: il nulla. Come i ciarlatani da fiera di una volta che spennavano il grullo rifilandogli la pozione miracolosa. Chiaro che, di fronte a un maestro nell'imbonire le masse come Berlusconi, capace di vendere aria fritta all'italiota avido di illusioni e promesse mirabolanti, il D'Alema del risotto in TV e il vanesio rifondatore comunista col cachemire facevano le figure degli straccioni, per di più ospiti spaesati nel plastificato mondo televisivo di proprietà dell'avversario o comunque suo terreno d'azione elettivo. L'imbecillità sta nell'essere andati a inseguire Berlusconi sul suo campo (la vendita dell'aria fritta), facendosi di conseguenza regolarmente "dettare l'agenda" dal rivale, ma la colpa di fondo rimane nel non avere nulla di diverso da proporre che fosse non solo appetibile ma almeno credibile e fattibile. Quello che mi piace meno del fondo di Galli è il rimprovero indiretto alla campagna contro il puttaniere del Consiglio condotta principalmente dal gruppo Repubblica-L'Espresso e dall'Unità: ma questa volta anche il Corriere, La Stampa, Il Sole-24 Ore, Sky e La 7 hanno dato notizie sulla puttanopoli del premier, e solo uno scodinzolatore come Minzolini (cfr video: di prim'ordine!), il neo direttore del TG1, poteva avere l' improntitudine di affermare che quelle pubblicate sulla stampa italiana non asservita, nonché su quella estera, sui "festini" organizzati nelle dimore del capo del governo, non erano notizie ma puro pettegolezzo, per cui si asteneva dal fornirle nel suo telegiornale. Se la politica ha abdicato al proprio ruolo, come sostiene lo stesso Galli, non si vede perché lo debba fare anche quella parte dell'informazione che conserva ancora un minimo di indipendenza: non tutti sono come l'Augusto Minchiolini del TG1. Tanto più che si tratta di tratta di dar conto del comportamento di un personaggio che più pubblico non si può, essendo alla guida del Paese, il cui comportamento privato non può e non deve essere indifferente (non è senza rilievo il fatto che chi governa la nazione sia sano di mente, un dubbio suscitato dalla sua stessa consorte, usi stupefacenti o abbia frequentazioni che rasentano la pedofilia). Non solo: ma di colui che aveva inviato "Una storia italiana", la propria autobiografia illustrata, in 20 milioni di copie a tutte le famiglie italiane nell'aprile 2001. Se c'è uno che ha spiattellato ogni vicenda della sua vita privata, ovviamente ricostruendola a proprio capriccio e secondo il proprio tornacondto, senza alcuna possibilità di controprova, è proprio il Pirluscone. A proposito di "personalizzazione". Con questo, non sono certo io il difensore a spada tratta di Repubblica e del suo entorurage. Più di una volta ho scritto anche su questo blog che mi sono "dimesso" da fedele lettore pagante del giornale, dopo 31 anni, dal 31 gennaio 2007, quando il direttore Ezio Mauro decise di pubblicare in prima pagina la famosa lettera di Veronica Lario che forse fu il prodromo di tutta questa grottesca vicenda. E se posso essere d'accordo con la sostanza della risposta che il quotidiano romano ha dato stamattina agli ennesimi attacchi di Berlusconi, querela compresa, mi irrita il tono fra il saccente e l'aulico da paladini della "dignità di uno Stato e di un Paese" che non meritano né le maiuscole né una difesa così accorata. Semmai un'analisi critica, seria e un minimo distaccata. Berlusconi non è la mia ossessione, come qualche lettore sembra credere: e nemmeno il sintomo della malattia, come sostiene Galli della Loggia, ma la prognosi in atto. O il decorso naturale, come riteneva Indro Montanelli. Anche se non è bastato, purtroppo, un doppio ciclo di vaccinazioni per rendercene immuni. E lo "Stato", quantomeno quello italiano, non è l'antidoto. Né lo sono state, all'evidenza, le sue "Istituzioni". Da difendere "a prescindere". Checché ne dica il presidente della Repubblica Napolitano, con belle e anche sensate parole, ma al vento nella terra dei gattopardi, degli opportunisti e dei pavidi. Io mi sento di difendere la libertà individuale, l'uguaglianza nelle opportunità offerte a tutti, la democrazia: delle persone in carne e ossa, non delle "Istituzioni" che non sanno farsi rispettare da sole, mentre noi stiamo a disquisire su uno Stato che non è riuscito a rendersi credibile a quasi 150 anni dalla sua nascita e che nessun italiano vivente avrà mai modo di veder realizzato, e questo mentre il mondo corre verso una globalizzazione inevitabile. Abbiamo in mano la nostra stessa fortuna: mai avuto uno Stato degno di questo nome. Dall'Unità costruita col trucco dei Plebisciti a Bava Beccaris. Dall'alleanza con la Triplice - gli "eterni nemici austro-prussiani" - a quella con gli anglo-francesi, a Caporetto. Recuperato grazie agli aiuti USA. Già nel 1918. Poi il fascismo (erede diretto del socialismo all'italiota), i Patti Lateranensi, l'11 febbraio del 1929, il comunismo terzonazionalista e togliattiano. La Guerra di Spagna fatta a modo "loro" ma anche alla maniera di Orwell, totalmente dimenticata. Una "Repubblica" che prima ancora di avere fra le sue date di nascita il 25 aprile, presto rimosso nel suo vero significato collettivo, ha nel suo DNA il 25 luglio e l'8 settembre del 1943. La fuga delle proprie responsabilità. Le conseguenze: quarant'anni di Democrazia Crisitana, nemica dichiarata si ogni concetto statuale, asservita al Vaticano, il cui simbolo è tutt'ora uno zombie repellente come Andreotti, e come contropartita e avversario di cartone il PCI prima togliattiano e poi berlingueriano, ossequioso e riverente, idolatra di uno Stato inesistente, in fregola anche lui pur di ricevere una qualche legittimazione da queste merde. Non da De Gasperi, che statista lo era per davvero: da Andreotti, per l'appunto. Il che la dice lunga sull'a lungimiranza e il senso della realtà del Grande condottiero sardo.
La domanda su cosa serva una "First Lady" mi è sorta spontanea stamattina vedendo il richiamo in prima pagina sul Corriere della Sera, e anche sul sito on line, dell'ennesimo intervento a sega, e a vuoto, della Prèmiere Dame di Francia, Carlà Brunì, la consorte di Nicolas il Breve, il presidente transaplino recentemente tornato ai fasti di Versailles, già residenza del Re Sole (la megalomania dev'essere il tratto compensativo di chi difetta in centimetri, come ben sappiamo anche qui nella Terra dei Cachi). Non si capisce a quale titolo, questa volta l'impicciona dell'Eliseo, insieme a quell'altra malata di protagonismo a nome Ingrid Betancourt, sia intervenuta presso il presidente messicano Felipe Calderón per sollecitare l'estradizione di una cittadina francese, Florence Cassez nella foto col fidanzato Israel Vallarta, il capo della banda di sequestratori di persona denominata "Zodiaco", reo confesso, mentre lei si era difesa sostenendo di trovarsi nel ranch dove erano imprigionati i rapiti solo in quanto "donna del boss". Ragionevolmente non è stata creduta, anche in base a svariate testimonianze, ed ha subito una condannata a 60 anni di carcere in appello (pena già ridotta di un terzo rispetto ai 90 presi in primo grado). Per cominciare, generalmente si fa domanda di estradizione per processare un fuggitivo oppure per eseguire la pena nel Paese che la richiede, mentre in questo caso il reato, fra l'altro fra i più gravi e uno di quelli che affliggono in maniera cronica il Messico, è stato compiuto in quest'ultimo Paese e non in Francia. E il giudizio, appello compreso, si è svolto in Messico. Ragioni umanitarie, perché per la Cassez, come dice implorando l'aiuto dei suoi connazionali, l'esecuzione della condanna "sarebbe la morte"? O perché in Francia al massimo sconterebbe 30 di pena, il massimo previsto dal codice, e nel caso le riuscisse il colpo del ritorno in patria sicuramente nemmeno quelli? E perché le ragioni umanitarie dovrebbero valere per lei e non, per esempio, per il fidanzato? Esistono ragioni umanitarie speciali per i cittadini francesi? O comunitari, come l'italianissimo Cesare Battisti, altro piagnone lungamente protetto dalle autorità francesi nonostante le condanne definitive all'ergastolo in Italia per quattro omicidi, e protegé dell'entourage della gauche allo champagne della Brunì. Giustamente, a mio parere, il Messico ha respinto le richieste francesi: oltretutto, chi la fa, l'aspetti, dice il trito proverbio. Piuttosto, ripensando all'intervista di domenica al finanziere franco-tunisino Tarek Ben Amar, che consigliava a Berlusconi di "dotarsi" di una First Lady perché è tanto solo (forse un invito indiretto a non farsi vedere in giro, almeno nelle visite ufficiali, con il suo abituale contorno di mignotte) mi chiedevo come mai capi di Stato e di governo maschi devono essere accompagnati in pompa magna dalle rispettive consorti mentre altrettanto non accade se le medesime cariche sono ricoperte da donne. Negli Stati Uniti è tradizione (e forse un bene, perché chissà dove si sarebbe spinto George Doubleiù se non fosse stato frenato dalla moglie Laura), anche perché fin dall'Indipendenza nel 1776 la partecipazione alla vita politica è stata maggiore che in Europa, in Francia è palesemente un pappagalleggiamento favorito dall'esibizionismo e presenzialismo smodato della ex modella e cantante afona. Perfino da noi le consorti dei babbioni che mandiamo in giro per il mondo a rappresentare il Paese sono assai più discrete di questa deficiente, quasi invisibili. Però ci sono e fanno parte della carovana. Ma avete mai avuto notizia o visto una foto del marito di Margaret Thatcher, di Angela Merkel, di Sonia Ghandi, Benazir Bhutto, finché era in vita, o Julia Yushchenko, la primo ministro ucraina con la treccia a chignon? Perfino la Regina Elisabetta II cerca di occultare il più possibile il principe consorte Filippo, Duca di Edimburgo, gaffeur inarrivabile, e anche Hillary Clinton, ora che è segretario di Stato, lascia volentieri a casa il coniuge Bill, e anche prima in verità dava l'impressione di tenerlo per le palle, eppure è stato due volte presidente degli USA, e non certo dei peggiori. In Francia no, c'è Carlà, che vuol far l'americana, a intraprendere iniziative che non le competono, fuori luogo e irritanti per chi le riceve. Sembra lei il capo di Stato dei cugini transalpini, e non l'ometto che hanno eletto presidente e che Carlà ha sposato. Contenti loro...
Stasera in prima visione in Italia il documentario realizzato nel 2003 da Susan Gray e Andrea Cairola sull'ascesa al potere del puttaniere del Consiglio, dalle televisioni al governo del Paese. Negli USA è stato trasmesso per la prima volta il 21 agosto di sei anni fa e da allora all'estero lo hanno visto milioni di persone, che sono state messe in grado di farsi un'idea di cosa sia accaduto negli ultimi 15 anni nella Terra dei Cachi. E' anche il titolo di un libro di Alexander Stille, pubblicato da Garzanti nel 2006. Se non avete SKY, andate da qualcuno che ne è fornito o fatelo registrare. Sempre che nel frattempo non intervenga la censura. Spargete la voce. Qui un'anteprima su Repubblica RadioTv.
Esilarante l'intervista di Aldo Cazzullo sul CorSera di oggi a Tarak Ben Amar, il finanziere tunisino amico di Berlusconi fin dai tempi in cui, 25 anni fa, frequentavano Bettino Craxi ad Hammamet così come papponi e meretrici frequentano abitualmente le residenze del Cavalier Banana oggi. "Silvio è solo - dice il socio-amico -. Faccia Come Sarkozy: serve una first lady al suo fianco". Quando il cronista gli fa notare come Palazzo Grazioli e Villa Certosa non siano così ben frequentate, negli ultimi tempi, quest'altro leccaculo risponde: «Io ci sono stato, e ho sempre trovato persone di grande livello artistico e intellettuale. Non ho mai visto non dico una "escort", ma una persona imbarazzante o volgare. Sono stato a cena di recente, c’erano anche Carlo Rossella, Emilio Fede e due coppie di amici francesi e americani, ed è stata una serata bellissima, con cantanti e artisti di qualità. Perché Silvio è un esteta. Ha il senso del bello, in ogni dettaglio. È incapace di volgarità». A testimonianza del buon gusto di Silvio Banana, nella foto in alto, Barbara Montereale (cfr video: memorabile), quella che sostiene di non fare la escort, ma conferma i racconti dell'amica prostituta (oggi su Repubblica l'intervista con una terza ragazza della scuderia barese che avalla quanto detto da Patrizia D'Addario) mostra il gioielli regalatigli da papi. Spassosa questa disinvolta ventitreenne multitatuata e sall sguardo spermatico, che sostiene di "lavorare nella pubblicità" per il fatto di essere una ragazza immagine. E ' come tale che prestava servizio al Billionaire del prossimo candidato premier, Flavio Briatore, e sempre in questa veste andava ai festini allestiti per far divertire il capo del governo. Qui sotto un'altra foto della ragazza immagine, e
davvero l'immagine che viene in mente è indubbiamente quella di una battona, e neanche di gran classe, elegantemente in posa insieme al suo abituale strumento di lavoro: il letto. Certo che ha tutte le doti per essere perfetta come first lady del puttaniere del Consiglio, come saggiamente gli suggerisce il finanziere beduino, a sua volta mezzano degli incontri a lingua in bocca con il colonnello Gheddafi, che ci ha fatto onore con la sua inquietante e ingombrante visita di Stato due settimane fa. Il minchione del Consiglio, invece, nel suo consueto show davanti alla gabina elettorale stamattina nel suo seggio a Milano, dopo aver farneticato di presidenzialismo e di "programma tutto da realizzare", e della dura eredità ricevuta (sorvolando sul fatto che il governicchio Prodi 2006-2008 ha potuto far ben pochi danni, e che per i cinque anni precedenti a Palazzo Chigi c'era ancora lui) ha tenuto a rassicurare i suoi fan che "terrà duro". Con massicce dosi di "Viagra" sono possibili anche questi miracoli. Anche il "tiramisù" in conto spese?
In uno dei commenti al post di ieri un lettore mi ha dato del bilioso, ma devo ammettere che raramente sono tornato da un soggiorno all'estero tanto di buon umore. E' sempre una boccata d'ossigeno non essere intronati da una televisione indecente e servile, se si esclude SKY, e le notizie sulle vicende del "papi", filtrate dalla lettura a distanza dei giornali e dalla rete, riacquistano la loro dimensione da avanspettacolo cialtronesco. Oggi compare su Repubblica l'intervista a Barbara Montereale, un'altra delle innumerevoli fanciulle che visita abitualmente le residenze del Cavalier Banana, la quale conferma quanto detto al Corriere tre giorni fa dalla sua
amica Patrizia D'Addario (foto a sinistra). Fa parte anche lei della scuderia messa in piedi a Bari e dintorni da Gianpaolo Tarantini, il prosseneta di fiducia del puttaniere del Consiglio, un altro personaggio losco che non a caso fa parte del suo entourage. Barbara è la tipa col tatuaggio nella foto in alto a destra: non è una escort come Patrizia, assicura. Prende i soldi da Silvio (lei è l'unica che non lo chiami "papi") ma non gliela dà. Una vera signora: con quel tatuaggio e le pose da mignotta in cui si esibisce non stentiamo a crederci. In tutto questo casino, è il caso di dirlo, indovinate chi è "che organizza la logistica dei viaggi delle ragazze, che decide chi arriva e chi parte e
smista nelle varie stanze"? A Villa Certosa? Licia Ronzulli (foto a destra) fresca europarlamentare eletta nelle liste del Pdl nel collegio Nord-Ovest. Leggete come ne parla Libero. Splendido. Abbiamo anche la maitresse col cuore d'oro, che dedica tanto del suo tempo ai bambini denutriti dell'Africa. Circa un mese fa Repubblica aveva posto dieci domande al Cavaliere (di 'sta minchia: nella
foto a sinistra date un'occhiata a come era ridotto ieri durante un comizio a Cinisello Balsamo. Godetevi anche il filmato: ormai è completamente andato fuori di melone), a cui il laido sporcaccione si è ben guardato dal rispondere. Io ne avevo aggiunte altre sei per conto mio, infine Geoff Andrews, giornalista inglese di Open Democracy, ne aveva elaborate altre dieci, pubblicate anche sul numero 798 di Internazionale. Siamo a 26. Ne avrei una 27ª: caro utilizzatore finale (come ti definisce elegantemente l'avvocato Ghedini: cfr quest'altro spassoso video), dopo i voli di Stato per i tuoi amici, i tuoi guitti e le tue veline, hai trovato il modo di accollare al contribuente di questa repubblica di banane anche il costo delle prestazioni delle puttane con cui ti sollazzi?
CHERSO - Il problema con internet è che anche quando si è all’estero non si resiste alla tentazione di dare un’occhiata ai siti on line dei principali quotidiani italiani, cosicché le stronzate che pubblicano ti raggiungono anche se ne faresti volentieri a meno. Questa è di ieri, una poderosa e imbarazzante leccata di culo del puttaniere del Consiglio da parte di una onorevole babbea, sotto forma di lettera pubblicata con tutta evidenza a pagina 2 del Corriere della Sera e anche sull’edizione in rete. Titolo: “Il Cavaliere, moderno Catilina e le persecuzioni dei riformatori” a firma di tale Deborah (con l’acca) Bergamini, deputata Pdl, un’altra delle squinzie spedite in Parlamento dall’omarino di Arcore (già sua assistente personale e poi catapultata in RAI come capo marketing, da cui trescava a favore di Merdaset, e fu beccata) che viene definito “rivoluzionario conservatore di oggi” (gli stessi termini ossimorici con cui è titolato a pagina 38 nella sezione cultura sempre del giornale di ieri un articolo nientemeno che su Indro Montanelli), “grande riformatore”, “l’uomo che sta cambiando l’Italia”, per distruggere il quale “si è persino disposti a distruggere l’Italia intera”. Leggetela per intero, vale la pena vedere fino a quale livello degradante arrivi il servilismo verso il capo. Se avessi presentato un tema del genere in quarta ginnasio, la mia professoressa di allora mi avrebbe preso a mazzate e impedito di proseguire gli studi trombandomi inesorabilmente (cosa che del resto fece con il figlio di un Premio Nobel per la letteratura, che pur discendendo da cotanto padre era ed è rimasto un semianalfabeta: eppure scrive libri, regolarmente pubblicati, è convinto di saper disegnare e anche di fare l’attore). In un primo momento ero rimasto costernato per il fatto che l’amato giornalone di via Solferino pubblicasse un concentrato di castronerie di questo genere, invece riconosco la sottile perfidia che si cela dietro il candido sguardo e il sorriso innocente del caro Ferruccio De Bortoli: ecco che nel milanese riemergono le radici venete. Una carognata fatta con garbo. E’ anche così che si fa (contro)informazione: mostrando che razza di personaggi popolano le aule di Montecitorio e Palazzo Madama, indicati dal Cavalier Banana e votati dagli italioti. Diceva un vecchio adagio goliardico, in latino maccheronico: "Catilinat pulivit culum cum charta velina: charta velina laceravit, ditus in culum penetravit". Ecco.
CHERSO (Croazia) - Da sempre innamorato della costa orientale dell’Adriatico e delle sue isole, mi trovo da qualche giorno a Cherso, la più grande di questo mare: la stagione è bassa, pochi i turisti, i prezzi ancora più competitivi del solito: per 30 € al giorno ho a disposizione un appartamento di due stanze, con cucina abitabile fornita di tutto e bagno, che può comodamente ospitare cinque persone, oltre a un ampio terrazzo. Vista mare, il tuffo è a portata di mano, a poco più di cento metri. Anche per la vicinanza al confine (due ore da Trieste, traghetto compreso) la maggior parte delle presenze è italiana, con una nettissima prevalenza di “nordestini” e romagnoli, che pure hanno in casa le strutture turistiche più collaudate e dai prezzi più ragionevoli di tutto il Paese. Vero è anche che l’Adriatico, con poche eccezioni, sul nostro versante è una pozza, con coste pianeggianti, monotone ed eccessivamente urbanizzate, e che le isole del Quarnero e della Dalmazia, profumate di salvia, timo e rosmarino e dalle acque trasparenti e ancora ricche di pesci e deliziosi crostacei sembrano appartenere a un altro mondo: è l’unico motivo per cui non rimpiango che dopo la Seconda Guerra Mondiale siano passate alla Jugoslavia prima e alla Croazia in seguito alla sua implosione. Bellezze naturali a parte, e ormai lontani i tempi dell’economia di guerra (il cui prezzo ha però lasciato qualche traccia nella tassazione indiretta) anche in Croazia non è che le cose te le regalino, ma il rapporto tra quanto viene offerto e il costo rimane comunque sensato e fondamentalmente onesto: in ogni caso trasparente e senza sorprese nascoste. In più, correttezza, pulizia e gentilezza, e questo da parte di un popolo che, a differenza dei vicini serbi, non brilla per espansività e, detto tra noi, amore sviscerato per gli italiani. Salta ancora più all’occhio la differenza nei prezzi e nel trattamento che si ottiene dalle nostre bande, e mi fa ancora più infuriare il paragone con alcuni episodi accaduti la scorsa settimana, scarrozzando in giro per la regione in cui vivo, il Friuli-Venezia Giulia, che sicuramente è una delle meno disastrate del Paese, una coppia di amici, di cui uno di origine italiana, provenienti dal Costa Rica, in Centro America, Paese che pure vive prevalentemente di turismo (soprattutto yankee). Mercoledì scorso andiamo a fare un giro a Trieste, città che amo molto e che è nel cuore anche del mio amico, fiumano per parte di madre. Dopo una scarpinata nel Borgo Teresiano, mi dice che non vede l’ora di riassaggiare la “porcina” e qualche specialità da “buffet” tipica della città. Opto per il “misto di caldaia”, piatto di carne di maiale variegata, lessata, con crauti, abbondante senape e una copiosa grattugiata di cren (rafano in italiano) in un buffet storico del centro, nei pressi di Piazza della Borsa, che non nomino per carità di patria. Un luogo entrato nel mito, popolare quanto il piatto di cui parlo, in un genere di locale che a sua volta è quanto di più alla mano si possa pensare, tanto che da sempre funziona come un “take away” ante litteram per le “babe” che non hanno tempo o voglia di fare la spesa. Tavoli da 50 centimetri per lato, nessun coperto, ci mancherebbe, così come non viene fornita alcuna lista scritta al tavolo e tantomeno è flautata a voce dal cameriere. Forse i prezzi dei panini e delle porzioni stavano fuori, ma l’inserviente fa il simpatico e il compagnone: “Faso mi”. E noi lasciamo fare. Siamo a Trieste, correttezza absburgica, no? Porzione per tre, nemmeno così abbondante se l’abbiamo spazzolata in dieci minuti piluccando in un unico piatto di portata, due birre medie e una piccola. “Fasendo lu”, il conto è 47,50 €. Per i parametri milanesi a cui sono stato abituato per 4/5 della mia esistenza, neanche esagerato; ma qui si sta parlando di un locale che non è nemmeno una trattoria e di una pietanza “povera” che è l’equivalente della pizza a Napoli, della focaccia a Genova, del panino con la milza o dell’arancino a Palermo, della pizza bianca a Roma o del panzerotto a Bari. Per digerire, salita a San Giusto: la cattedrale, per essere le tre del pomeriggio, è incredibilmente aperta, ma il castello, a parte il museo, è rigorosamente chiuso, così come l’ultima volta che avevo scarpinato fin lassù per ammirare il panorama della città: due anni fa, e un unico cartello con scritto “mura pericolanti”. Mica che si scomodino ad avvertirti prima di salire. Per il resto, prezzi “milanesi” per qualsiasi cosa, e preoccupante milanesizzazione anche dei locali: sempre meno osterie, sempre più vine bar in stile falso minimalista e posti plastificati da “happy hour”. L’epidemia si diffonde anche tra il personale, e il modello è il “barista stronzo” del capoluogo lombardo: maglietta nera, capelli col gel e magari la cresta, a meno di essere pelati ma con il pizzetto scolpito; tatuaggi d’ordinanza; l’equivalente femminile ve lo lascio immaginare. Cambia solo la parlata: dall’apulo-brianzolo si passa al giuliano arioso. Il giorno seguente, peggio ancora. Andiamo in Carnia: via dalla folla, battiamo itinerari poco frequentati e andiamo verso Tolmezzo lungo la magnifica Val d’Arzino. Un orrido lungo più di 15 chilometri, in cui scorre un torrente impetuoso, intorno foresta e poi un passo tipicamente alpino. Giunti che siamo nel capoluogo carnico, percorriamo tutta la Val Pesarina, nel cuore delle Dolomiti Friulane, sede anche di un Parco Nazionale, e già ci accorgiamo che gli alberghi, ristoranti e bar sono quasi tutti chiusi: e siamo a metà giugno, non a marzo o a novembre. Vero che non c’è molto movimento, ma incrociamo intere colonne di bikers provenienti da Austria e Germania: è questo il loro periodo d’oro. Ma con un’accoglienza di questo genere è anche prevedibile che il potenziale visitatore se ne stia alla larga, soprattutto se ha già sperimentato l’andazzo in precedenza. Mentre s’avvicina il mezzogiorno proseguiamo fino al passo del Lavardet e scendiamo in Cadore, già in Veneto. Un mortorio anche lì, non c’è in giro un cane per le strade.
Tentiamo a Leggio, Vigo di Fassa, Lorenzago: la desolazione più assoluta. A questo punto passa anche la voglia di girare come degli idioti per i paesi e attendere al varco un raro passante per chiedergli un suggerimento su dove andare a rifocillarsi: così rientriamo in Friuli attraverso il passo di Mauria, scendendo la valle del Tagliamento. Tramonti di Sopra sembra colpita da una bomba al neutrone, e notiamo un susseguirsi di alberghetti tutti rinnovati di recente, con tanto di insegne invitanti, ma regolarmente serrati a doppia mandata. Nemmeno uno scuro aperto: manco l’aria, cambiano. A Tramonti di Sotto, altro centro turistico pubblicizzato a tutto spiano dalla Regione, e non sono ancora scoccate le 14, risultano fruibili soltanto due posti da desperados: uno che reclamizza con tanto di cartellone un fantomatico “piatto unico” a 9.50 €, guardandosi bene dall’entrare nello specifico dell’offerta (quando si va a vedere i prezzi, siamo sul medio-alto, a prescindere dal fatto che il locale è così americanizzato da potersi immaginare alla periferia di Des Moines); l’altro si autodefinisce bar-ristorante. Cadiamo lì, presi dalla fame. Non una tavola imbandita: “solo bar”, avverte la pingue padrona, mettendo le mani avanti. “Se volete mangiare, posso farvi dei panini”. “Ma c’è una lista, dei prezzi?” fa la compagna del mio amico, con l’aria di chiedere qualcosa di ovvio. Nessuna risposta. O meglio: “Prosciutto, formaggio, salame. Se preferite qualcosa di caldo posso preparare delle patatine fritte” dice, grugnendo, come se si lanciasse nell’offerta di un favore straordinario, oltre che in uno sforzo sovrumano. Capito come gira il fumo, chiedo un’acqua minerale e basta. Mi arriva dalla bottiglia di una “Goccia di Carnia” formato famiglia già aperta. Fetta di limone: scherziamo? Cos’è un limone? Neanche chiedere! I miei amici hanno fame e ordinano due panini. Uno al prosciutto e uno al formaggio. E due Coca Cola. Anche queste provengono dal bottiglione da due litri che vendono alla “Metro” a prezzi irrisori, in offerta speciale. Sembra di aver ordinato un sartù di riso o un cous cous royale: entra in ballo la madre, o la suocera. Forse per fare vedere quanta gente deve darsi da fare per soddisfare una richiesta così inconsueta. Perché non tengono neanche personale, in bassa stagione: quando sarà tempo, lo pagheranno, in nero, 5 € all’ora. Dopo una decina di minuti arrivano due tartine, sotto forma di paninetti sui 30 grammi, più piccoli di una “michetta” o “rosetta” classica, in cui il companatico non supera i 20 grammi per il prosciutto e i 30 per il formaggio. Più un caffè. Totale: 10,20 €, 10 con lo sconto. Tre euro a “tartina”. Vero che l’introduzione della moneta unica è stata una fregatura dappertutto, ma in Italia è stata notoriamente una truffa di Stato. Considerato che dalla sua introduzione, nel 2002, l’inflazione non ha superato il 10%, sono sempre 6000 lire di allora, e la rancida tartina carnica ha oggi il prezzo che avevano una pizza “speciale” o un buon primo piatto allora. Commento del mio amico, mentre la sua compagna si limita a dire che anche dalle sue parti un piatto di riso, fagioli, uova e salsiccia non si nega a nessuno a qualsiasi ora del giorno: “Gran bei posti, ma io non ci tornerei, e non consiglierei mai a nessuno di venirci apposta a fare una vacanza”. Ne parlo con i miei amici locali e mi dicono:” Sai come sono i carnici. Se va bene aprono il fine settimana, quando arrivano gli udinesi che hanno le seconde case o i triestini in trasferta, e poi da metà luglio a fine agosto. Dove ci sono strutture, un po’ in inverno. Stop”. Fantastico. Eppure, col danaro del contribuente, la Regione fa un grande battage pubblicitario sul fatto di essere ospiti di “gente unica”, ci sono perfette segnaletiche su percorsi ciclistici, escursioni pedestri, a bordo di equini, terme, sport, caccia, pesca e natura, tanta natura: ogni ben di dio. Ecoturismo: ecco dove puntare, oltre a quello enogastronomico (altro furto legalizzato in agguato). Detto, fatto. Il sospetto è che, soprattutto in Carnia, tante belle casette vengano ristrutturate, uso albergo o pensione, con fondi europei, regionali e delle comunità montane, tenute in esercizio il minimo indispensabile, e in più con malavoglia e aria di fastidio da parte dei proprietari-gestori, quel tanto che basta per usufruirne e ritrovarsi l'abitazione nuova “a babbo”. Trascorso il periodo minimo di attività come pseudo-albergatori o proprietari di bed & breakfast, se non sbaglio otto anni, chiudono bottega e sistemano la famiglia oppure rivendono. Voglia di lavorare seriamente, e di sviluppare un turismo non soltanto stagionale e scontato: zero; invece ci si dedica con solerzia al mugugno e al lamento, sport in cui in Friuli si è secondi soltanto ai liguri. In queste condizioni si innesta il meccanismo del gatto che si morde la coda: con un servizio del genere, perché alla maggior parte di questa gente non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di essere titolari di una licenza di esercizio aperto al pubblico e ne ignorano le implicazioni, anche chi è dotato della migliori intenzioni e capiti da queste parti in bassa stagione, passa oltre e non torna una seconda volta. Questi sono anche coloro che hanno mandato di nuovo a fare il governatore Renzo Tondo, loro perfetto rappresentante, carnico pure lui e albergatore guarda caso, al posto di Riccardo Illy, colpevole di essere cittadino, per di più triestino e, soprattutto, dotato di una visuale che spazia oltre alla Piccola Patria. Non che nel resto della regione le cose vadano molto meglio: l’impressione è sempre che il visitatore sia quasi un fastidio e che il servizio sia una concessione che arriva per benevolenza, e non perché uno sta facendo quel lavoro. Tradotto: visitatore, se ti sta bene così, d’accordo; altrimenti arrangiati e vai fuori dai coglioni. Gente speciale, i miei compaesani furlanotti: né più né meno che l’atteggiamento nei confronti degli immigrati, che pure fanno così comodo, quando lavorano in nero o per una paga minima. Quando li incrociano, è come se non esistessero. Quando non possono fare a meno di vederli, si voltano dall’altra parte. Commentando che sono troppi. Dirglielo in faccia, naturalmente, no. Mi sono dilungato su degli esempi personali e ho preso ad esempio la mia regione, che pure è una di quelle gestite indubbiamente meglio, per non sparare direttamente sulla Croce Rossa, come si suol dire: ma è un tema, su come in questo Paese gestisca in modo dissennato e suicida un patrimonio unico al mondo e la sua succosa e lucrativa appendice, il turismo ma anche la propria immagine all’estero, su cui intendo ritornare.
Miracolo: avete notato che, a forza di gag sempre più penose e inverosimili e balle sesquipedali, che riescono però sempre a mentenerlo al centro dell'attenzione (con il contributo di una pseudo opposizione vergognosa e calabraghe), da un mese a questa parte il "papi", tra una notizia su Noemi, una recriminazione contro la magistratura, riconoscimento di ronde padane e tra un po' anche naziste, una mazzata a una stampa
già troppo servile e compiacente, è riuscito a nascondere non solo la sua personale batosta elettorale ma a oscurare perfino la voce dell'altro "papi", quello biancovestito che sta in Vaticano? Tra giornali e TV, solitamente premurosi a dare risalto a ogni peto che proviene al di là del Tevere, nessuno ha dato fiato alle trombe del pastore tedesco, e non si è sentita una voce pretesca nemmeno sul Gay Pride tenutosi ieri nella capitale. Cose mai viste. Il culmine dell'affumigazione degli occhi si è avuto questa settimana, con la visita del socio libico, una spalla così adatta al Cavalier Banana, e così a suo agio nella parte, da rendere arduo un giudizio su chi dei due sia più pagliaccio. Nei ruoli secondari tutta una pletora di cortigiani leccaculo, servi sciocchi e utili idioti, a cominciare da Massimo D'Alemullah; un'intera classe dirigente, partendo dalla casta politica quasi al
completo con i suoi tirapiedi per seguire con i vertici dell'imprenditoria, capeggiata dal presidente di Confindustra Emma Marcegaglia, a genuflettersi davanti al ciarlatano venuto da Tripoli. Insuperabile la sceneggiata di venerdì, in occasione del mancato incontro di Gheddafi a Montecitorio con Fini, giustamente annullato da quest'ultimo dopo tre ore di ritardo accumulate dal beduino, con D'Alemullah che si traveste da ambasciatore del raìs e per cominciare lo giustifica a prescindere: "Sta poco bene" e dopo si precipita nella sua tenda. Nuova versione: il motivo era la preghiera del venerdì, come se durasse tre ore e la visita di questo babbeo non fosse stata programmata nei dettagli da mesi. Conclusione: il capo del governo che, furtivamente, a mezzanotte,
novello Cenerentolo, si reca personalmente nella tenda dell'amico cammelliere a impetrare perdono. Ieri ho avuto modo di intercettarlo in diretta su SKY mentre intratteneva a Santa Margherita l'assemblea dei Giovani Industriali, definendo Gheddafi un "cliente particolare" a cui riservare un "trattamento speciale" (il video è qui) e raccontando come istruiva lui stesso i venditori di Publitalia. La platea dei giovani imbecilli, e questo la dice lunga sul livello della nostra imprenditoria e sul suo futuro (già ora incarnato dalla cornacchia mantovana) si sganasciava dalle risate e plaudiva,
estasiata. Nella stessa occasione, oltre a evocare un fantasmatico "piano eversivo" per farlo destituire (magari i minchioni centrosinistrati fossero in grado di elaborarne uno!) l'ho sentito con le mie orecchie affermare che considera i ministri del suo governo come il consiglio di amministrazione dell'Azienda Italia. E qui si arriva al nocciolo della questione che ci affligge da almeno vent'anni, già prima dell'avvento del cavalier Silvio Banana: la pretesa di governare uno Stato e un Paese come se fossero un'azienda privata, la "fabrichèta" brianzola, con gli stessi sistemi e gli stessi trucchi.
E l'italiota medio è esattamente questo che vuole, nel suo "particularismo" inossidabile e nella sua visione gretta dell'esistenza, senza una parvenza di visione del futuro. Ora il cialtrone nostrano va in visita a Washington, e vedrà un Obama piuttosto incazzato per le perfomance del suo principale alleato mediterraneo, Obama che Berlusconi definì "abbronzato" quando fu eletto presidente degli USA, e si tratta della prima volta che si incontrano. Sicuramente non gli darà le pacche sulle spalle come l'amico George Dabbleviù. Magari una scarica di calci nel culo. Io opterei per un missile terra aria in mezzo all'Atlantico. Risolverebbe definitivamente il problema. Come farebbe Mr Wolf.