Un pezzo esemplare, a futura memoria per capire questi tempi tristi. Non c'è nulla da aggiungere: perfetto.
A Berlusco’ ricordati degli amici
di Marco Travaglio - Da il Fatto Quotidiano di oggi. Per chi non l'abbia comprato o letto.
Ha fatto bene l’astuto D’Alema a fidarsi della parola di Berlusconi, che si era solennemente impegnato a sostenerlo ventre a terra per la nomina a “Mister Pesc”, cioè a ministro degli Esteri d’Europa. Infatti è passata la baronessa laburista inglese Catherine Ashton. Si consuma così l’ennesimo trionfo politico di Max che – fra la Bicamerale, il minigoverno con Cossiga & Mastella, le poltrone sfumate di presidente della Camera e della Repubblica – ha collezionato più fiaschi di una cantina sociale. Ma continua a passare per un tipo “molto intelligente”, a prescindere. Non ha ancora capito che l’inciucio all’italiana funziona sempre a senso unico: è un “do ut des” dove si notano soltanto i do della sinistra, e mai i des del Cavaliere. Infatti il centrosinistra ha resuscitato tre volte l’ometto morente, il quale invece ha sterminato una dozzina di leader del centrosinistra. E quello che non è riuscito a sconfiggere, Prodi, glielo ha gentilmente fulminato il centrosinistra due volte su due. Ora, per somma beffa, il Pdl si accinge a ritirare la ghedinata del processo breve, anzi morto, per sostituirla con il geniale disegno di legge Finocchiaro-Calvi, presentato e fortunatamente non approvato alcuni anni fa, che sortisce lo stesso risultato: ammazza sia il processo Mills sia il processo Mediaset. Invertendo l’ordine degli schieramenti, il prodotto non cambia. In fondo a che altro serve il centrosinistra in Italia se non a salvare Berlusconi? Chi scriverà la storia di questi 15 anni non potrà prescindere dalla gag di Corrado Guzzanti nei panni di Rutelli con la voce di Sordi: “A Berlusco’, so’ anni che te portamo l’acqua co le orecchie, che ce voi pure ‘a scorzetta de limone? A Berlusco’, ricordate degli amici, ricordate de chi t’ha voluto bbene”. Archiviato Berlinguer come un nonnetto un po’ rinco a causa del suo patologico senso dello Stato, il centrosinistra ha assorbito tutto il peggio delle culture anti-statali e anti-legalitarie dei gruppettari anni 60 e 70: le stesse che avevano portato naturalmente i vari Sofri, Boato, Liguori, Marcenaro, Panella, Briglia dalla sinistra extraparlamentare a Craxi e molti di essi da Craxi a Berlusconi (non a caso, Boato era relatore per la giustizia in Bicamerale, e andava d’amore e d’accordo con Gelli e con Previti). Poi le ha mescolate con il giustificazionismo piagnone dei cattocomunisti e con l’antica avversione dei cattolici integralisti e papalini allo Stato risorgimentale. Il nemico è sempre quello: la legge e chi la fa rispettare. Ieri, ad Annozero, Vauro ha giustapposto le sparate contro la giustizia italiana di Cesare Battisti e di Silvio Berlusconi: assolutamente intercambiabili. “In Italia la giustizia non è al di sopra delle parti e l’opposizione vuole vincere le elezioni tramite la magistratura” (Battisti, Il Giornale, 5-11-2009). “Vedo una democrazia in libertà vigilata sotto il tacco dei giudici politicizzati” (Berlusconi alla Confesercenti, 25-6-2008). “Consegnarmi alla giustizia significherebbe consegnarmi nelle mani dei miei avversari politici” (Battisti, Agi, 10-11-2009). “Sono oggetto di un’inaudita catena di inchieste giudiziarie segnate dal più ostile e prevenuto accanimento” (Berlusconi, 29-1-2003). “Riaffermo la mia condizione di perseguitato politico” (Battisti, 30-1-2009). “Sono l’uomo politico più perseguitato” (Berlusconi, 10-10-2009). Uno è un delinquente comune, condannato per quattro omicidi e coccolato da mezza sinistra europea. L’altro è il premier italiano e leader del centrodestra. Parlano la stessa lingua. Solo che Berlusconi ha chiesto l’estradizione di Battisti per sbatterlo in galera. E Battisti non ha mai pensato di usare le frasi di Berlusconi per convincere i giudici brasiliani che i loro colleghi italiani sono “matti, mentalmente disturbati, e antropologicamente diversi dal resto della razza umana”. Uomo di poca fede.
Niente da fare, svaniti i sogni di gloria del Líder Massimo di diventare il primo Mr Pesc, nonostante l'impegno profuso da tutto il governo e dal puttaniere del Consiglio in persona. Alla nuova carica di Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione e vicepresidente della Commissione europea prevista dal Trattato di Lisbona, gli è stata preferita la laburista inglese Catherine Ashton, attuale commissaria UE al Commercio Estero, che pure mai aveva occupato la poltrona di ministro degli Esteri del proprio Paese. Questo la dice lunga sul prestigio di cui gode l'Italia in ambito continentale e il personaggio in questione in quello dello stesso Partito Socialista Europeo. La buona notizia è che Dalemullah non potrà danneggiare ulteriormente l'immagine del Paese a livello internazionale, quella negativa è che non ce lo siamo tolto dai coglioni per qualche tempo. Ma non disperiamo, prima o poi verrà la volta buona.
Sconfortante. Tutto quello che è capace di produrre l'attuale pseudo opposizione è accapigliarsi sulla partecipazione o meno all'ennesima esibizione dei propri muscoli di ricotta in piazza, il 5 dicembre a Roma, con il Perón di Montenero di Bisaccia che non si capisce perché desideri la presenza del PD invece di accontentarsi di avere l'esclusiva della "resistenza" al berlusconismo imperante non solo nelle aule del Parlamento
ma pure nelle strade, e il neosegretario degli zombie, Bersani, che asserisce di non vedere il motivo di prendere parte a iniziative che non siano organizzate dal proprio partito e, quasi fosse un punto d'orgoglio, di non accettare lezioni di antiberlusconismo da chicchessia. Resto convinto che Berlusconi vada sconfitto prima di tutto nella testa degli italiani e poi nelle urne, con programmi concreti e idee chiare, cominciando col non guardare le televisioni di sua proprietà o controllate da lui, tanto meno mettendoci piede, e non comprando i suoi libri o, peggio, farseli pubblicare dalle sue case editrici, piuttosto che con piazzate rituali e di nessuna efficacia, imitando già del titolo, No B Day, analoghe trovate dell'imbonitore brianzolo già riprese da quell'altro guitto genovese, il Grillo parlante. Sarò disfattista, qualunquista, rassegnato, ma personalmente non parteciperò ad alcuna manifestazione finché ci sarà qualcuno pronto a cavalcare per il proprio tornaconto iniziative nate altrove, in questo caso sulla rete, ansioso di piantare le bandierine dei propri miserabili partiti, mai abbastanza morti, sul terreno della buona fede dei partecipanti, e meno che mai vedo il motivo per cui dovrei smaniare, come fanno certi immancabili prezzemoloni di pronto intervento, che fino a qualche settimana fa si producevano in appelli al voto per le primarie del PD, di ritrovarmi al fianco degli stessi calabraghe che con le loro ripetute assenze in Parlamento hanno consentito l'approvazione dello "Scudo fiscale", per rimanere solo all'ultima tra le innumerevoli porcherie normative che ci ha propinato questo governo. Per quanto mi riguarda, non ci sarò.
"Alla fine di questa giornata, quando saremo ancora qui, oltre 17 mila bambini saranno morti di fame. Ne scompare uno ogni cinque secondi. Sei milioni in un anno": se i dati diffusi dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, all'apertura del vertice della FAO sulla "sicurezza alimentare" in corso da ieri a Roma non fossero tragicamente terrificanti, quanto ci viene propinato dalle cronache raggiunge livelli di humor nero e grottesco difficilmente immaginabili. Non mi riferisco tanto al nostro premier che, aprendo i lavori come padrone di casa, davanti a una platea di 4000 delegati e oltre mille pennivendoli non poteva resistere alla tentazione di esibirsi in gag penose, barzellette stantie e siparietti imbarazzanti con qualcuno dei leader di secondo rango convenuti (presente solo il presidente brasiliano Lula tra i cosiddetti "grandi", gli altri affaccendati in questioni che evidentemente ritengono più serie), quanto alla dichiarazione finale in
cinque punti enunciata dal segretario dell'organizzazione Jacques Diouf: parole vuote, promesse generiche e nemmeno un centesimo dei 44 miliardi di dollari di aiuti all'agricoltura all'anno richiesti per eliminare la fame in tutto il mondo, niente rispetto ai 1340 spesi in tutto il pianeta per armamenti nello stesso periodo o a quelli impegnati dai "grandi" per salvare le banche per cercare di uscire dalla crisi finanziaria causata soprattutto da loro stesse. Per arrivare alle parole del sovrano della chiesa cattolica, che in mezzo a un discorso farcito di luoghi comuni ma se non altro di complessivo buon senso, infila perle di saggezza come quella per cui "non e' possibile continuare ad accettare opulenza e spreco, quando il dramma della fame assume dimensioni sempre maggiori". Lo afferma l'uomo in cottola bianca, che va in giro addobbato come un albero di natale e ha il suo regno appena al di là del Tevere in una serie di palazzi tra i più sfarzosi di questo mondo, questo personaggio repulsivo, odioso e arrogante, dall'espressione malvagia, che è la prova vivente dell'inesistenza di un dio buono e misericordioso, visto che se ne dichiara rappresentante sulla Terra. Non a caso lui e il suo regno terreno, come del resto la FAO, hanno eletto a propria sede proprio Roma, che dell'opulenza, dello spreco, dell'esagerazione, della pesantezza, anche gastronomica, è uno dei simboli universali. Insomma un summit insultante prima ancora che inutile, null'altro che una passerella per personaggi di dubbia qualità quando non spregevoli, come quel Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe, a cui è stato consentito sproloquiare questa mattina, un notorio assassino, corrotto fino al midollo e affamatore del proprio popolo, ma a suo tempo sostenuto a spada tratta proprio dai terzomondisti più scalmanati e ciechi, osannato come un rivoluzionario che combatteva per il riscatto dei poveri e degli oppressi. I risultati si sono visti nel suo Paese come nella maggior parte di quelli africani.
Il disegno dl legge governativo sul cosiddetto processo breve, a firma del bene assortito trio Gasparri, Quagliariello, Bricolo (il secondo è quello spregevole soggetto che in febbraio si era prodotto in Parlamento nello sciacallaggio su Eluana Englaro, seguito a ruota proprio da Gasparri) e messo a punto dall'avvocato di Berlusconi Niccolò Ghedini è nient'altro che un'istigazione a delinquere. Visto l'andazzo italiano, se non risulta poi così peregrina l'idea di depenalizare ogni reato attinente alla mafia, considerata l'incapacità di combatterla, e perfino la dichiarata necessità di conviverci affermata a suo tempo da ministri appartenenti a questa stessa maggioranza, tanto vale pensare di abolire la funzione giudiziaria nel suo complesso. Se per tutelare un unico soggetto (il solito da quindici anni a questa parte), e magari i suoi complici, bisogna mettere mano a ogni pie' sospinto alla legislazione penale, travisando il tutto con la necessità di una Riforma della Giustizia di cui sento cianciare dai primi anni Ottanta, tanto vale abolire la funzione giudiziaria. In assenza di un potere giudiziario che la applichi, non servirebbero più nemmeno le leggi e di conseguenza nemmeno quello legislativo, in tal modo un Parlamento già pletorico avrebbe se non altro la funzione di palcoscenico per le comparse in aula del capo del governo e dei suoi ministri: sfilata in passerella e applausi dalle tribune. Mentre l'opposizione di panna sbatte il testo, e la testa, contro i muri. Con ciò si verrebbe anche incontro al volere e al sentire di un popolo di anarcoidi, refrattari a regole e vincoli, che potrà dare così sfogo al proprio leggendario estro creativo, in cui si esprime al meglio lo spirito individualista di tutto una nazione. Finché, però, questo non accade, forse è il caso di dare un'occhiata a cosa ne pensa l'Associazione Nazionale Magistrati. Ecco il testo del comunicato.
ROMA
La lettura del disegno di legge sul cd. “processo breve”, presentato al Senato, conferma e aggrava le forti perplessità già espresse ieri dall’Anm nell’incontro con la Consulta per la giustizia del Pdl, pur in assenza di testi e di particolari. Oggi sentiamo il dovere di dire che questa riforma avrebbe effetti devastanti sul funzionamento della giustizia penale in Italia. Gli unici processi che potranno essere portati a termine saranno quelli nei confronti dei recidivi e quelli relativi ai fatti indicati in un elenco di eccezioni (articolo 2, comma 5 del disegno di legge) che pone forti dubbi di costituzionalità. È impensabile, infatti, che il processo per una truffa di milioni di euro nei confronti dell’imputato incensurato si estingua, mentre debba proseguire il processo per una truffa da pochi euro, commessa da una persona già condannata, magari anni prima, per altro reato. Saranno invece destinati a inevitabile prescrizione tutti i processi per reati gravi, quali abuso d’ufficio, corruzione semplice e in atti giudiziari, rivelazione di segreti d’ufficio, truffa semplice o aggravata, frodi comunitarie, frodi fiscali, falsi in bilancio, bancarotta preferenziale, intercettazioni illecite, reati informatici, ricettazione, vendita di prodotti con marchi contraffatti; traffico di rifiuti, vendita di prodotti in violazione del diritto d’autore, sfruttamento della prostituzione, violenza privata, falsificazione di documenti pubblici, calunnia e falsa testimonianza, lesioni personali, omicidio colposo per colpa medica, maltrattamenti in famiglia, incendio, aborto clandestino. Per tutti questi reati sarà impossibile arrivare a una sentenza di primo grado entro due anni dalla richiesta di rinvio a giudizio, quindi sarà sempre impossibile accertare i fatti. Più che di una amnistia, si tratta di una sostanziale depenalizzazione di fatti di rilevante e oggettiva gravità. Truffatori di professione, evasori fiscali, ricettatori, corrotti e pubblici amministratori infedeli, che non abbiano già riportato una condanna, avranno la certezza dell’impunità. Infine la norma transitoria, che estende ai processi in corso l’applicazione delle nuove disposizioni, è destinata a determinare l’immediata estinzione di decine di migliaia di processi, anche per fatti gravi. Per limitarci a qualche esempio, la legge provocherà l’immediata estinzione di gran parte dei reati nei processi per i crac Cirio e Parmalat, per le scalate alle banche Antonveneta e Bnl, per corruzione nel processo Eni-Power.
Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale magistrati
Giuseppe Cascini, segretario generale
Minchiolini, direttore irresponsabile del TG1, e Minchioloni, sottosegretario con delega alla lotta alla droga. Il primo, nell'ormai consueto editoriale senza contraddittorio, che ripropone l'immunità parlamentare; il secondo che, in un impeto di carità cristiana, espone la sua versione sulla morte in carcere di Stefano Cucchi. Non solo le loro parole, ma anche le loro facce, si commentano da sole.
Se avevo lasciato Buenos Aires con delle impressioni non del tutto lusinghiere, e dettate principalmente dall'amore che nutro per quella città e dalla preoccupazione per un momento non facile per il Paese, non avrei mai pensato che mi sarei ricreduto così velocemente, rivalutandola, al primo impatto con la realtà italiota ancor prima di atterrare a Linate, il "City Airport" della Milano edizione Expo 2015. Impatto avvenuto attraverso la forzata convivenza con i passeggeri del volo in partenza da Francoforte, in buona parte connazionali dell'operoso ex Triangolo Industriale in trasferta d'affari,
in rientro con l'ultimo volo utile per il fine settimana, e con i titoli dei quotidiani in omaggio: il Corriere e la Ri-pubblica. I primi gesticolanti, vocianti, scalmanati, attaccati al cellulare fino all'ultimo secondo utile prima del decollo a sparare cazzate fregandosene di chi sta intorno: essendo tutti dotati di auricolare incorporato, non si rendono neanche conto del chiasso che fanno, costringendo il personale di bordo a reiterare l'invito a spegnere l'apparecchio come fossero degli infanti alle prese col ciuccio; i secondi, intendo i nostri più "prestigiosi" quotidiani nazionali, con titoli altrettanto urlati ed esagerati sulla solita, eterna fuffa. Una scorsa di cinque minuti mi è bastata per rimpiangere di non essere altrove: Berlusconi che nega di aver mai pensato al Quirinale e di aver avuto relazioni con Noemi Letizia, e il suo impegno per la candidatura di D'Alema a ministro degli Esteri della UE; una pagina sull'uscita del libro di Bruno Vespa, annuale fatica dell'insetto di cui la prima puntata di anticipazioni era già comparsa sui giornali un mese fa quand'ero partito; una pagina di intervista a Don Merdé, il creatore del San Raffaele, già cappellano di corte di Craxi e ora anche confessore del puttaniere del Consiglio in carica; i contagi record, guarda a caso a Napoli, da virus "suino", dopo che per tutta l'estate ci hanno scassato gli zebedei con il vaccino e le misure in vista dell'emergenza imminente; la diffusione, altrettanto record, della cocaina in Italia; il taglio dell'IRAP, di cui si parla a vanvera da oltre un decennio; il via libera del CIPE a 8,7 miliardi di euro di spese per opere infrastrutturali, tra le quali il famigerato ponte sullo Stretto di Messina, con le cosche mafiose e 'ndranghetiste che, sentitamente, ringraziano mentre rimangono esclusi i finanziamenti per la banda larga di internet: e qui mi sovviene che in trenta giorni, tra Argentina e Uruguay (non sto parlando della Scandinavia) in qualsiasi parte mi trovassi, dalle Ande al più sperduto paese sulla costa uruguayana, ho sempre usufruito di una connessione wi-fi ad alta velocità gratuita in qualunque albergo, peraltro di categoria mai superiore a quella di un "tre stelle", e che comunque sarebbe stata presente in un buon numero di bar, ristoranti e luoghi pubblici. A questo punto ho chiuso con la rassegna-stampa e sono tornato a leggere il mio giallo. Svedese. E non ero ancora atterrato. Ieri mattina una mia amica mi ha chiesto com'era stata la prima sensazione di rientro in patria: scoraggiante e, al contempo, una conferma. Che in questo Paese il tempo sembra essersi fermato e non cambia mai niente, se non in peggio, per progressiva decomposizione. La prima impressione è stata di subire un furto: 22 euro da Linate in fondo a Corso Lodi, verso il Corvetto, un quartiere sostanzialmente adiacente, in un orario, le sette di sera, di traffico scarso in direzione centro. Altri 12 da lì in via Castel Morrone. Tre chilometri a dir tanto. Con l'equivalente sarei andato dal centro di Buenos Aires all'aeroporto internazionale di Ezeiza, a 50 chilometri di distanza e tornato indietro, pedaggi autostradali inclusi. La seconda: di viaggiare sulla superficie lunare. Perché se mi ero lamentato dei marciapiedi e delle strade di Buenos Aires dopo tre giorni di acquazzoni quasi tropicali, mi ero scordato dei crateri che ci sono a Milano e di come si riducano le strade dopo una sola mattinata di pioggia, evento nient'affatto straordinario ed emergenziale, dato che si è in pieno autunno, che si era verificato appunto venerdì. Altro che Expo e nuove linee della metropolitana. La terza: di essere capitato in un Paese di zotici. Ricevere un buongiorno o anche soltanto un saluto di risposta, all'entrata come all'uscita da un locale pubblico, in questa città è un evento rarissimo. Come già osservato più volte, il Barista Stronzo è una figura emblematica della Milano da bere (e da cancellare). Quando poi la cafonaggine si abbina alla sciatteria, sufficienza, malmostosità, discompiacenza e antipatia dell'addetta, apparsa dietro il banco dopo quasi cinque minuti e come se non bastasse anche piuttosto sporchetta, il tutto in un noto bar dall'evocativo nome di alba francese e che si picca di essere "alternativo", il desiderio è quello di andarsene da un'altra parte. Invito che peraltro mi rivolgono svariati conoscenti, che se da un lato si lamentano della situazione nazionale e di essere immersi nella cialtronaggine, dall'altra mi accusano immediatamente di essere un trombone, qualunquista e reazionario e di avercela su con tutto e tutti "a prescindere". Poi magari si tratta di quelli stessi che due settimane fa sono andati a versare l'obolo di due euro a cranio a quello che, oggi, 2009, per bocca del suo neosegretario ha il coraggio di proclamarsi partito dell'alternativa, e per dimostrare, inequivocabilmente, che chi vota per il PD è identico ai suoi dirigenti, i quali di conseguenza si merita. Uno si chiede se per raggiungere questo risultato fosse necessario sciogliere prima il PCI, poi il PDS, poi i DS per ritrovarsi ancora con Bersani, D'Alema, Fassino, Violante, Finocchiaro, Reichlin e compagnia bella fra i coglioni. Con Napolitano padre nobile e la benedizione della Binetti. In questa felice atmosfera di rientro, mi giunge dal Cono Sur come uno spiacevole strascico la notizia della degenerazione dello scontro tra il peronista sindacato dei camionisti e i quotidiani Clarín e La Nación di cui avevo parlato nel mio ultimo post argentino, con i primi che hanno mandato i propri automezzi a bloccarne i centri di stampa, senza che la polizia, complice, intervenisse e, il giorno successivo - festa degli edicolanti - i propri energumeni a impedirne la vendita nelle strade oltre che a rubarne e distruggere interi carichi. Nella foto sotto, uno striscione degli autori di queste formidabili imprese, benedette dai Kirchner. Ai lati, i truculenti volti dei due Moyano, Hugo e Pablo. E' più forte di me, questione di imprinting: quando penso a un sindacato camionisti, una delle categorie più corporative che esistano sulla faccia della Terra sotto qualunque cielo si trovino, mi torna in mente che fu un loro sciopero a oltranza a dare la spallata finale al governo di Salvador Allende nel 1973 in Cile. Questa volta, nel Paese vicino, è quello che fa da puntello a un regime che diventa sempre più arrogante a aggressivo quanto più sta imputridendo. Con la speranza che soccomba in fretta, definitivamente.
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BUENOS AIRES – Ultime ore nella capitale, in tempo per alcune brevi osservazioni. Pur rimanendo di gran lunga la metropoli americana più sicura (se si esclude il Canada) e quella in cui un europeo si sente più a suo agio, ho trovato Buenos Aires peggiorata rispetto a come l’avevo lasciata l’ultima volta che ci ero venuto due anni fa. Era stato in occasione delle elezioni presidenziali che avevano ratificato il passaggio di testimone tra Nestor Kirchner e la consorte Cristina, osannato dai nostri centrosinistrati presto orfani di potere come la riprova dell’onda lunga “progressista” nel “Continente desaparecido”, per dirla con Gianni Minà, fedele alla linea, sulla scia di Lula in Brasile, Bachelet in Cile, Evo Morales in Bolivia, quel gran democratico di Hugo Chavez in Venezuela per finire con la banda Castro sull’infelice isola di Cuba. Avevo espresso allora le mie perplessità sul nepotistico cambio della guardia alla Casa Rosada e il timore del prevalere delle pulsioni più populiste del peronismo, peraltro iscritte nel DNA del “movimento”, al di là dell’intento dichiarato dell’ex presidente di non interferire nel governo di Cristina e di dar vita a una forza politica che, finalmente, dopo sessant’anni lo superasse. E invece siamo ancora lì, con le metastasi che si propagano da questo cancro che tuttora affligge questo Paese, come da noi il fascio-catto-comunismo, del resto. Una volta riconosciuto a Nestor Kirchner il merito di aver guidato l’Argentina fuori dalla peggior crisi della sua storia, all’inizio del Millennio, le cose sono andate come temevo.
L’ex presidente è andato avanti a governare nell’ombra (come in Russia l’Amico Putin alle spalle di Medvedev), in attesa di ripresentarsi al prossimo turno tra due anni e, dopo la sconfitta alle legislative del giugno scorso, ha prevalso la sindrome dell’accerchiamento e il sistema presidenziale si è incattivito, nel risoluto tentativo di consolidare le proprie posizioni di potere prima che abbia inizio la nuova sessione di lavori del Parlamento rinnovato, tra un mese, in dicembre. Ed ecco una serie di decisioni e forzature: dai prelievi fiscali sull’esportazione che hanno colpito soprattutto i produttori medio-piccoli del settore agroalimentare, alla recente legge sui media che ne accentua il controllo da parte del governo, soprattutto la pretesa di gestire senza filtri i fondi destinati alla “lotta alla povertà” (nascondendo e truccando peraltro i relativi dati statistici), individuando a proprio giudizio i bisognosi: si sta cercando di forzare la mano per approvare il relativo provvedimento legislativo da parte del Parlamento ancora con la maggioranza attuale. Perché questo sistema funziona e paga, come testimonia l’utilizzo finalizzato delle risorse del ministero dello Sviluppo Sociale, affidato guarda caso ad Alicia Kirchner, sorella dell’ex presidente e cognata di quello attuale, a favore delle “cooperative sociali” nelle mani dell’intendenza kirchnerista, per lo più sindacalisti e piqueteros (coloro che bloccano le strade) vicinissimi al governo che gestiscono decine di milioni di pesos per lavori di dubbia utilità ma che danno lustro e consenso alla “presidenta” superando d'autorità il livello di competenza provinciale. E, quel che più conta, assicurando al governo l'appoggio e la gestione della piazza, per compensare le sconfitte elettorali. Gli esempi sono quotidiani. Da quando sono tornato qui per due giorni un gruppo di non oltre 300 piqueteros ha bloccato l’Avenida 9 de Julio (foto in alto), la strada più larga del mondo e anche la principale arteria della città: si tratta di aderenti a cooperative che risultavano escluse dai finanziamenti perché non integrate nel “sistema Kirchner”, insomma si sentivano discriminati nell’elemosina. La polizia si è ben guardata dall’intervenire nonostante fossero in buona parte a volto coperto e armati di mazze di ferro e randelli, e il blocco è stato tolto quando è stato loro garantito un sovvenzionamento autonomo, saltando gli intermediatori sindacali. In sostanza cooptandoli nell’intendenza presidenziale. Il giorno successivo, ieri, altro blocco, questa volta di fedelissimi della prima ora, nello stesso punto, all’altezza di Avenida Belgrano, di fronte al ministero dello Sviluppo Sociale, per solidarietà alla presidenza. Garrivano al vento bandiere rosse con l’effigie di Che Guevara e azzurre con quella dell’eterna Evita Perón. Sembrava di assistere a “Ritorno al futuro” e rivivere alcune sceneggiate anni Settanta, per fortuna senza i forsennati furori ideologici di allora. Che qui sono stati una delle cause di una dittatura bestiale durata sette anni e di 30 mila desaparecidos: una generazione sterminata.
Sempre di questi giorni il blocco della distribuzione fuori della capitale dei due principali giornali del Paese, Clarín e La Nación, guarda caso quelli più invisi al potere e maggiormente danneggiati dalla recente legge sui media (la cui approvazione aveva visto festeggiare davanti al Parlamento a notte inoltrata, in barba ai lavori socialmente utili, tre settimane fa, gli stessi personaggi rivisti ai blocchi stradali di questi giorni, con le stesse bandiere), ad opera del sindacato dei camionisti vicino ai Kirchner. Il pretesto: "convincere" autisti e lavoratori delle cooperative di spedizione a iscriversi al loro sindacato, capeggiato da Pablo Moyano, guarda caso figlio di quel Hugo più che discutibile personaggio a capo dell'onnipotente CGT e grande elettore dei Kirchner. Sempre dalle 11 di questa mattina, sciopero delle cinque linee della metropolitana per 24 ore, senza riguardo per fasce orarie “protette”, il che in un'area urbana di oltre 10 milioni di abitanti significa il caos assicurato, più una mezza dozzina di manifestazioni a vario titolo, ognuno con le proprie buone – o cattive – ragioni, ma è tanto per rendere l’idea della quotidianità. Sono questi alcuni degli aspetti che ho visto riprendere piede e che mi inquietano, così come un aumento dei questuanti, di coloro che sono costretti a dormire sui marciapiedi o nei giardini, in pieno centro e nella rassegnata indifferenza di chi passa; del senso di insicurezza: tema, questo, attorno al quale ruota ogni discorso con chiunque appena si fanno due chiacchiere. In tutto questo da un lato il governo tace, fa capire che gli si mettono i bastoni tra le ruote, minimizza e falsifica i dati: non solo quelli sulla povertà, come già detto, ma anche quelli sull’inflazione, sull’indebitamento e sulla criminalità; dall’altro giornali e TV danno fiato alle trombe e il risultato è un cane che si morde la coda, ossia un generalizzato senso di precarietà, diffidenza e talvolta paura che si autoalimenta e che si percepisce nell’aria. E non ha nemmeno senso invocare l’intervento delle forze dell’ordine, talmente corrotte e inefficienti da creare, se possibile, ancora più disagio e apprensione. Tutte situazioni che in Italia conosciamo bene e che vanno affrontate con rigore e lungimiranza, sapendo che non esiste alcuna bacchetta magica e che gli interventi in questo senso sono di lungo periodo, ma per il momento si preferisce fare una gran confusione in cui ognuno fa la sua rimostranza senza riuscire a vedere la situazione nel suo complesso e venire a capo di nulla. Per finire ho trovato la città pure più sporca, e perfino il livello calcistico si è notevolmente abbassato: la Nazionale si è qualificata di straforo ai Mondiali giocando in maniera penosa e Boca e River, le due squadre cittadine più blasonate e tra le più titolate al mondo, veleggiano a metà classifica nel campionato locale (a questo proposito, uno degli interventi tipicamente populisti della presidenza è stata la decisione di trasmettere sulle reti pubbliche, gratuitamente, tutte le partite del torneo, pagando i diritti più di quanto non fossero disposte a fare le emittenti private, salvando in questo modo i bilanci delle società e permettendo l’avvio del campionato che era rimasto al palo: puro panem et circenses). Alcune cose, in compenso, non cambiano mai: le velocità folli a cui circolano i “colectivos” , con gli autisti delle decine di diverse compagnie che guidano a cottimo, e i loro percorsi demenziali; la endemica mancanza di spiccioli con cui pagare le suddette corse dei mezzi pubblici – ma i mini assegni di italica memoria, sempre anni Settanta, non li hanno ancora adottati -; le lungaggini e gli intoppi burocratici per poter cambiare valuta e le grassazioni sui prelievi bancomat. Però ci sono anche più librerie in questa città che in tutta Italia, perché qui la gente legge e si informa, come dimostra anche il numero di edicole e quello dei quotidiani esposti (camionisti sindacalizzati permettendo) e non si limita, a parte il calcio, a farsi rincoglionire dalla TV, peraltro di qualità di poco meno scadente di quella nostrana ma quantomeno non soggetta a duopolio-monopolistico. Alla prossima, dunque, e suerte, Argentina! (qui sotto, il Cabildo, la municipalità)
BUENOS AIRES - Una delle istituzioni più simpatiche di questa città è il "paseaperros", ossia passeggiatore di cani dietro modico compenso. I porteños hanno una predilezione per i quattro zampe, di tutte le razze e di ogni dimensione, ma perlopiù ragguardevole, e da una ventina d'anni la figura del ragazzo, ma anche della ragazza, dotati di polso di ferro e muscolatura di braccio e spalla da tennista, fa parte del panorama urbano. Aveva fatto la sua comparsa negli anni Novanta, e a dedicarsi a questa attività erano generalmente studenti; con la crisi del 2001/02 e degli anni seguenti ha preso piede e qualcuno ne ha fatto una professione. Oltre che organizzati e puntuali, bisogna essere affidabili e dotati di una particolare abilità: io non ho mai visto, anche quando i cani raggruppati sono una quindicina, che si azzuffassero. Sono sempre felici, sembrano quasi sorridenti e si affezionano ai loro padroni part-time, che evidentemente ci sanno davvero fare se riescono da un lato a trattenerli, non farsi saltare addosso nemmeno per essere salutati e "lavati" e farli camminare alla stessa andatura, dall'altro a evitare che defechino sui marciapiedi. E' incredibile come le tipiche veredas di cotto di Buenos Aires, per quanto divelte, non siano mai lorde di escrementi e i cani sembrano aspettare di essere giunti in una zona verde opportunamente adibita. Così come non ho mai visto animali aggressivi, eppure abbondano rottweiler, dobermann, pastori tedeschi che che da noi seminano il panico, probabilmente perché in mano a gente incapace di allevarli. I paseaperros entrano in azione generalmente a metà mattinata, e li si vede in giro fino al tramonto non solo nelle zone residenziali e benestanti della parte settentrionale della città, Barrio Norte, Puerto Madero e dintorni, dove naturalmente abbondano, ma anche in quelle popolari e piccolo borghesi come San Telmo, dove abitualmente soggiorno e dove ho scattato queste due foto, in calle Perú, a qualche minuto di distanza. Dopo la paziente ed educata attesa che l'addetto completi la raccolta dei partecipanti alla gita, a giudicare dall'espressione soddisfatta alla partenza verso la quotidiana sgambata collettiva nel parco sono sicuro che si divertano un mondo. E nel frattempo è spuntato pure il sole.
BUENOS AIRES - Dopo 18 ore di viaggio, grazie alla protezione della Difunta Correa e all'intercessione del Gauchito Gil, sono riuscito a tornare sano e salvo nella capitale, in vista del litorale e dell'ormai prossima attraversata dell'Atlantico in direzione Est, e inverno. Partenza alle 2 di ieri pomeriggio da Chilecito, temperatura di "appena" 39 gradi, la discreta aria condizionata della corriera era una giusta contropartita di fronte alla lunghezza della tratta, se non fosse che, durante una serie di soste lungo le statali Rutas Nacionales 40 (la "mitica") e 74 per raccogliere i passeggeri che dai paesi oli e vitivinicoli della valle compresa tra le sierras di Famatina e di Velasco si recano a Córdoba o nella capitale federale, il mezzo cominciava a dare segnali di problemi meccanici o, chissà, elettrici. Spegnimento del motore al momento di ripartire, un procedere affannoso a marce basse; due, tre volte, con relativo spegnimento dell'aria condizionata e immediato senso di claustrofobia e cottura delle meningi. Finché a Patquia, un villaggio fantasma dotato però di terminal, e caricate alcune persone, sempre proseguendo arrancando il bus è uscito dalla carreggiata per avventurarsi, per di più in leggera discesa, presso un chiosco, peraltro chiuso, dove gli autisti sono scesi a confabulare con la padrona. Gran gesticolare, e quest'ultima richiude la porta. Altro giro al terminal, nessuno che si premuri di dire alcunché. Si riprende la strada? No, altra escursione nella pista sabbiosa a altra sosta vicino al chiosco. Si aprono le porte, la maggior parte di noi scende. Per fortuna ci sono due alberi: per il resto la desolazione. Carcasse di auto, rottami di ferro di ogni pensabile provenienza ma ecco il salvatore: il proprietario di questa specie di discarica possiede una potente saldatrice e risolve il problema, che era semplicemente la leva del cambio, spezzata. Ossia inservibile, perché ne era rimasto un moncone. Il terrore era corso sul volto di tutti, non tanto per il ritardo, o addirittura il mancato arrivo e tutte le complicazioni del caso, ma per un pensiero fisso: la calura massacrante. Tutto bene, dunque: nonostante un'oretta persa, a Córdoba si è giunti poco dopo le 10 di sera con soli 20 minuti di ritardo, dopodiché cambio della coppia di autisti e via verso Buenos Aires, dove si è arrivati stamattina alle 8, puntualissimi, nonostante gli acquazzoni violenti che si sono abbattuti tra Córdoba e la costa per tutta la notte. Allagamenti anche in città, dove da tre giorni si va avanti così, ma almeno la temperatura è tornata normale: 20 gradi anziché 37, perché anche qui non si scherzava ed erano decisamente troppi per essere a metà primavera. Dicevo dei numi tutelari delle strade argentine, perché avventure a lieto fine come questa fanno pensare a cosa può capitare quando si ha un guasto in qualche landa desolata e assolata del Nord Ovest (ma anche la traversata del Chaco non è male) o battuta dal vento e ghiacciata in Patagonia, dove per mezza giornata non incontri nessuno, perché hai voglia di dire che oggi ci sono i cellulari, ma in ampie zone quel che manca è la copertura. Una, la principale, è la Difunta Correa, una "beata", riconosciuta dalla popolazione per i miracoli, non a caso protettrice dei camionisti, di cui esistono migliaia di tempietti lungo tutte le strade del Paese, da Iguazú a Ushuaia.
Il principale, a Vallecito nella provincia di San Juan, poco lontano dalla zona del nostro guasto, comprende 17 cappelle e attorno è fiorito un indotto di alberghi, ristoranti, negozi, trasporti nonché gli uffici dell'associazione no profit che amministra il santuario, nonostante l'aperta avversione della chiesa cattolica e del governo. Il personaggio è esistito realmente, si chiamava Deodolinda Correa e, durante le guerre civili della metà dell'Ottocento, seguiva, assieme al figlioletto, nella campagne riarse della zona, il battaglione del marito malato che era stato coscritto. Terminate le scorte di viveri, fu trovata morta sul ciglio della strada ma il figlio era ancora vivo, attaccato al suo seno che dava ancora latte. Da lì il culto, e ancora oggi il dovere per chi passa davanti a un tempietto di rifornirlo di bottiglie di acqua o di altre bevande: se ne vedono cumuli multicolori alti un metro, a volte. Più "regionale", legato al Nord, il culto del Gauchito Gil, anch'esso personaggio reale, un gaucho di nome Antonio Gil, di cui si sa che nacque attorno al 1840 e di sicuro la data della morte: l'8 gennaio 1878 per impiccagione a Mercedes. Varie le storie che si intrecciano sulle sue origini, però sicuramente prese parte come volontario nella guerra contro il Paraguay - si dice per sfuggire a un poliziotto della cui fidanzata si era invaghito - e poi fu richiamato nell'esercito federalista ma disertò per motivi politici, perché apparteneva al partito "colorado" (di qui i drappi rossi che adornano sempre i suoi tempietti), e insieme a due compagni si dedicò all'abigeato condividendo il bottino coi poveri. Catturato, fu impiccato, ma prima di morire disse al suo boia che, se avesse provveduto a seppellirlo - pratica che ai temi pera vietata per i disertori -, avrebbe interceduto in favore di suo figlio che era gravemente ammalato. Dopo averlo impiccato, il boia recise la testa di Gil e la portò nella città di Goya, ma quando scoprì che il figlio era stato davvero sul punto di morire, ed era miracolosamente guarito, la riportò a Mercedes per seppellirla assieme al corpo del "traditore". Ed ecco pronto un altro membro del santorale profano di queste parti: le offerte ai suoi tempietti, che come quelli della "Difunta Correa" si trovano ai margini delle strade, sono di tutti i generi: sigarette, bottiglie di grappa, abiti da sposa, bamboline, targhe di auto, perfino coltelli e, talvolta, pistole. Quando se ne incrocia qualcuno, bisogna suonare il clacson in segno di saluto, pena disagi sul percorso, o perfino non giungere a destinazione. Nei dintorni di Chilecito, prima di partire, ne avevo giusto fotografati alcuni e, opportunamente, riveriti...
CHILECITO - Pubblico questa bella foto tratta da Wikipedia anziché una scattata da me perché rende appieno la luminosità dell'aria in questo angolo del Nord-Ovest argentino che è diventato il mio buen ritiro in questi ultimi giorni. E si vede molto meglio che in questi giorni di canicola la Sierra de Famatina innevata, mentre ora lo sono soltanto le vette più alte (6250 metri). Dopo tre settimane di moto perpetuo, evidentemente avevo bisogno di fermarmi a riposare e a rilassarmi e questo si è rivelato il luogo ideale per farlo. Non era programmato: qui ci ero venuto essenzialmente perché la cittadina è più vicina che non La Rioja al Parco Nazionale di Talampaya e alla celebre Valle de la Luna, ma siccome sono pressoché l'unico turista in zona non dotato di mezzi propri, non è stato possibile partecipare ad alcuna escursione per mancanza del numero minimo necessario, a meno di non accollarmi un centinaio di euro di spesa, che da queste parti sarebbero uno sproposito: l'equivalente del soggiorno per quattro giorni nel migliore albergo del posto, anche una questione di buon gusto, per cui vi ho rinunciato.
Senza grossi rimpianti: perché da un lato è un'ottima scusa per tornare a transitare da queste parti la prossima volta che verrò in Argentina, in una stagione più "movimentata", dall'altro perché mi è piaciuto e mi ha ritemprato farmi avvolgere dall'atmosfera sonnolenta di Chilecito e adeguarmi ai suoi ritmi rilassati. Che sono anche una necessità, con le temperature abituali in questi paraggi: ieri si sono raggiunti i 45 °C all'ombra e, alle 9 di sera, nella piazza centrale, sotto le fronde degli alberi, se ne registravano ancora 38. Ho centellinato, quindi, le attività da intraprendere in loco, rigorosamente al mattino. L'altroieri, come raccontato, visita al Museo e alla stazione di partenza del Cable Carril (integrata da una visita alla seconda stazione, chiamata Durazno, a quasi dieci chilometri di distanza, già a quota 1539 metri, effettuata però in taxi), ieri alla Casa-Museo Samay Huasi e oggi alla Cooperativa Vitivinicola La Riojana. Samay Huasi in quechua significa casa di riposo, e si trova in una splendida posizione ai piedi delle colline riarse che stanno ad arco sul lato Est di Chilecito, e lo è tutt'ora, per "scrittori ed artisti", di proprietà dell'Università Nazionale de La Plata, fondata dall'eminente giurista, scrittore e politico Joaquín Victor González, ai tempi in cui era ministro dell'Istruzione, nel 1897. Nato a Nonogasta, nei pressi di Chilecito, nel 1863, a 26 anni fu il più giovane governatore della provincia de La Rioja, in seguito si trasferì nella capitale federale, ma nel 1913 stabilì qui, guarda caso, il suo buen retiro: evidentemente il luogo ispira a questo. Comprò una "casona" coloniale, circondata da 17 ettari, chiamata ai tempi "La Carrera", da un amico inglese che si occupava di estrazione mineraria ed era appassionato di cavalli e la convertì in un una finca coltivata a vigne e roseti, la sua passione, ribattezzandola appunto Samay Huasi. Se la godette solo per una decina di anni, perché morì di cancro nel 1923, ma restò di proprietà dell'Università, che ancora oggi la utilizza come foresteria per soggiorni di docenti e studenti, nazionali e stranieri, nonché di chi faccia richiesta (direttamente a La Plata e non qui, per chi fosse interessato).
Un incanto: garantisco che dopo una camminata sotto il sole cocente per raggiungerla, circondata da alberi esotici e vigne, stato come entrare in una specie di Eden. Oltre alle stanze abitate dal fondatore, con l'arredamento d'epoca, le camere ricavate nelle ex stalle, sotto un'ombreggiato porticato, e un museo con esposizioni sia permanenti sia temporanee: un'oasi di pace. Questa mattina invece non potevo mancare all'ennesima visita di una bodega vinicola, in questo mio percorso, ma questa volta si trattava di una orgogliosa e rinomata cooperativa, che raccoglie oltre l'80% dei viticoltori della provincia (quelli medio-piccoli), La Riojana, che vinifica anche per alcuni produttori di Mendoza, Catamarca e San Juan. Fondata nel 1940, i suoi enormi tini di cemento risalgono all'epoca, e ad essi si sono aggiunti alcuni più piccoli per le produzioni di punta. Orgoglio della Rioja, il torrontés, il più tipico vino bianco argentino, fruttato ed erbaceo, aromatico e al contempo secco, a mio parere insuperabile con le le meravigliose empanadas criollas tipiche del Nord-Ovest argentino. Ha fatto seguito una soddisfacente degustazione. Dopo una doverosa siesta, e con in mano un bicchiere del suddetto, un salut a tutti e vado a predispormi per l'ultima cena ai piedi delle Ande. Domani si torna verso il litorale, a Buenos Aires!
CHILECITO - Fondata nel 1715 da Domingo de Castro y Bazán col nome di Villa Santa Rita, la seconda città della provincia de La Rioja per numero d'abitanti, 30 mila, era rimasta poco più di un villaggio fino a che all'inizio del secolo scorso non si sviluppò l'industria estrattiva, e da qui anche suo nome odierno, letteralmente "Piccolo Cile", per il gran numero di cileni che attraversarono le Ande per lavorare nelle miniere locali. La presenza di minerali pregiati come oro, argento e rame nella zona di El Famatina era già nota alle popolazioni locali dai tempi dell'impero degli Inca (Fama deriva da wama che significa è produttore e Tina da tinac, metallo), ma furono gli spagnoli a dare un primo impulso a una rudimentale forma di attività mineraria, fino al suo decollo con l'arrivo della ferrovia da Córdoba nel 1899, che permise alla popolazione locale dedita principalmente alla produzione ortofrutticola e vinicola, di collocare i propri prodotti sul mercato nazionale. Rimanevano però lontane dallo sfruttamento ottimale i giacimenti del Famatina, che distanti 35 chilometri e a 4600 metri d'altezza, in una zona dov'era impossibile far passare la rotaie. Fu così che si pensò di superare l'ostacolo grazie grazie a una funivia che superasse i 3500 metri di dislivello tra Chilecito e le miniere e venne promossa una gara d'appalto che fu vinta dalla ditta tedesca Adolfo Bleichert & Co di Lipsia, che iniziò i lavori nel febbraio del 1903. Ed ecco il Cable Carril Famatina.
Alcune cifre: 35 chilometri, come detto, 3510 di dislivello, 9 stazioni di cui l'ultima, "la Mejicana", a 4603 metri d'altezza, 9 stazioni, 262 torri per sostenere i doppi cavi (uno "portatore", con un contrappeso di 20 mila kg, il secondo "trattore", a velocità costante, azionato da un motore a vapore con caldaia a legna) che trasportavano vagoncini del peso di 250 kg, con altrettanto di portata. Questa fenomenale opera ingegneristica, unica nel suo genere, fu inaugurata neanche un anno e mezzo più tardi, il 29 luglio del 1904. Merci, minatori e scorte impiegavano 4 ore per compiere il percorso. L'impresa che aveva in concessione lo sfruttamento della miniera era l'inglese "Famatina Development", e con lo scoppio della Grande Guerra la collaborazione anglo-tedesca ebbe termine e la linea cominciò a cadere in declino. Divenuta proprietà dello stato argentino, finì in disuso nel 1927. Oggi a Chilecito rimane un museo, interessantissimo, che si trova presso la stazione di partenza, dove venivano "lanciati" i vagoni.
Nonostante si tratti di un sito dichiarato con enfasi Monumento Nazionale, né a livello federale né provinciale arriva un peso, o meglio se ci sono si perdono nei rivoli della "mangiatoia", mi hanno assicurato i ragazzi che tengono in perfetto ordine i cimeli, che vengono pagati dal municipio locale. Reperti tra cui una splendida cassaforte in legno massiccio, scrivanie, documenti, un telefono portatile dell'epoca e perfino la prima macchina per scrivere elettrica, sempre di quegli anni, una Remington se non ricordo male. L'ex presidente Menem, per giunta riojano, dopo aver svenduto e dismesso il patrimonio ferroviario nazionale, unico nel Continente, aveva anche pensato di rottamare questo splendore, che sarebbe ancora perfettamente in grado di funzionare, con un motore a scoppio o elettrico, vendendo il tutto come ferraglia. Il demenziale intento è stato scongiurato in tempo. Una visita a 38 gradi all'ombra, alle 10 del mattino, ma che da sola valeva quasi il viaggio fino a qui. Dove, come mi ha suggerito una persona che mi è particolarmente cara dopo aver visto una foto che le avevo inviato, potrei vedere spuntare da un momento all'altro Quentin Tarantino, spuntando dalla scena di un film di Sergio Leone che lui puntualmente cita, o anche i fratelli Coen dell'ultimo, geniale "Non è un Paese per vecchi".
LA RIOJA - Nella lenta marcia di riavvicinamento alla sponda atlantica, anche in questa occasione non poteva mancare una puntata nel Nord-Ovest argentino, nel cuore di quella parte andina dove si comincia a respirare un'atmosfera più coloniale e indigena al contempo. Oltre che dal paesaggio, che qui ricorda decisamente quello degli spaghetti western di Sergio Leone, lo si nota dai tratti sempre più indiani della gente nonché dai ritmi di vita e dai cibi stessi. Il manzo delle pampas è sostituito dalla capra, l'onnipresente chivito (nella foto in alto, ecco come si presentava l'autogrill o, meglio, la auto-parrilla lungo la Ruta Nacional 141 ieri durante la pausa-pranzo del bus che collega San Juan e La Rioja), tamales, humitas ed empanadas prendono il posto delle paste d'origne italiana, e il piatto regionale è una squisita zuppa, il locro, dall'aymara luxro, che si trova da qui fino in Ecuador, là dove è nata e permane la cultura, e la coltura, del mais, come del fagiolo e della patata. Comune con la confinante regione del Cuyo la dedizione alla viticoltura: nonostante non raggiunga i livelli di produzione della zona di Mendoza, la qualità è in compenso sorprendentemente alta. Dopo 8 ore e 45 minuti di viaggio (è incredibile quanto riescano a essere efficienti e puntuali i trasporti su gomma in questo Paese) sono dunque giunto a La Rioja, la capitale della provincia omonima
(quella che disgraziatamente diede i natali all'ex presidente Carlos Menem), 150 mila abitanti, una città molto piacevole, dall'aspetto in buona parte coloniale, circondata dalle cime della Sierra de Velasco, dal nome del hidalgo che la fondò, nel 1591, con il nome di Todos los Santos de la Nueva Rioja. In questa zona la conquista spagnola non fu violenta, perché la tribù diaguita, che abitava la zona, si conciliò presto con gli europei che stavano occupando le terre che coltivavano da sempre. Si evitò il conflitto grazie alla mediazione di Francisco Solano, un frate, e i diaguita deposero le armi a patto che si dimettesse l'alcalde (sindaco) spagnolo, per essere sostituito da Gesù Bambino. E il Niño Jesus Alcalde, la cui riproduzione si trova tutt'ora nella chiesa del convento di San Francisco, divenne il primo sindaco della città e ancora oggi gli è riconosciuta, simbolicamente, la carica. Pressoché da allora, si rinnova la cerimonia del Tinkunaco (in quechua: incontro), che si tiene il 31 dicembre di ogni anno: due processioni, di spagnoli e diaguita, i primi abbigliati con abiti religiosi e uniformi, i secondi con fasce nei capelli e poncho, che al momento dell'incontro cadono simultaneamente in ginocchio davanti all'effigie del Niño Jesus Alcalde e poi si abbracciano. Il che dimostra che qualche volta il buon senso, e anche un po' di superstizione, evitano inutili spargimenti di sangue e risolvono le contese, insegnando che a questo mondo, volendo, c'è spazio per tutti. Siesta d'obbligo, da queste parti, durante le ore pomeridiane, dove già ora, in primavera, le temperature superano i 35 gradi e tra le 13 alle 17 non c'è un negozio aperto e si bloccano quasi tutte le attività. La città possiede anche il più antico monastero di tutta l'Argentina, quello di San Domingo (nella foto sopra, il patio), l'imponente cattedrale di San Nicolás de Bari (sì, il "nostro", oggetto di particolare devozione da parte dei riojani), costruita in uno strano stile "bizantino", e alcuni bei musei, tra cui spiccano quello Folklórico (foto qui sotto) e quello di arte sacra e lo Inca Huasi, gestito dai monaci e che accoglie una ricca raccolta di ceramiche precolombiane
Florida la produzione artigianale: i tessuti in particolare, con tecniche indigene e influssi spagnoli negli accostamenti cromatici e nei motivi, così come l'argenteria, dove la tradizione iberica è più marcata, mentre al contrario sono di impronta nettamente indigena le ceramiche. E, analogamente a quella spagnola, anche la Rioja dell'emisfero australe, è rinomata per la sua vocazione vinicola, con risultati eccellenti, per la mia gioia.