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mercoledì, 27 agosto 2008

Caduti dal pero nella città della coca

Cocaine di Nightlife Of RevelryTornerò domani in visita nella mia città natale dopo ben cinque settimane di assenza, una puntata di 48 ore (più che sufficienti) a cadenza solitamente bisettimanale che mi sono autoprescritto per ribadire a me stesso la giustezza della scelta di fuggirne compiuta ormai sette anni fa. Così, mi capita di informarmi un po' più attentamente del solito su cosa vi accade, per non trovarmi spiazzato. Puntuale come le feste di partito settembrine, il costante aumento di presenze agostane inversamente proporzionale ai negozi aperti e ai servizi disponibili, le settimane della moda e il Festival del cinema di Venezia, l'ennesima scoperta dell'acqua calda: ossia che un milanese su tre tra i 19 e i 35 anni pippa cocaina. Fonte autorevole il Corriere della Sera, istituzione meneghina quanto la Madonnina, il panetùn, la Happy Hour e i baristi stronzi. Una non notizia, nello stile del giornalismo italiota, specialmente in versione estiva, e in particolare degli attenti osservatori di via Solferino, situati a poche centinaia di metri dalla centrale dello spaccio a cielo aperto che si trova in corso Como e dintorni, per strada o nei locali modaioli. Se i cronisti dell'ovvio dormono, non è che sia molto più efficace l'intervento delle forze dell'ordine, con Questura e Comando regionale dei Carabinieri che si trovano alla stessa distanza del CorSera dall'epicentro del commercio di stupefacenti, nonostante i 700 arresti per solo spaccio compiuti dall'inizio dell'anno rivendicati dal capo della Squadra Mobile, Francesco Messina, che ha saggiamente ricordato che il vero "allarme sicurezza" in città si chiami cocaina. "la domanda è così alta - dice - che chiunque può mettersi nel mercato". Città indifferente, titola il Corrierone: in un solo mese fermati con la coca un chirurgo, una prof, un tranviere e un taxista. Tre mature sgallettate, quelle che un tempo si chiamavano "puttanoni" fermate, naturalmente sul SUV d'ordinanza, cariche di coca mentre facevano il tour delle discoteche, che implorano i poliziotti di non dire niente a figli e mariti; e dell'altro giorno la notizia di un'altra madre che si butta dalla finestra col figlioletto di quattro mesi, per fortuna dal primo piano, piena come un uovo e in preda al delirio dopo un coca party durato fino alle sei del mattino. Perfetto il ritratto che ne fa il giornale: "G.L.V., 31 anni, un posto che conta come brand manager per una griffe di prêt à porter e un passato da modella, il piccolo Davide (il povero innocente) lo aveva voluto, cercato. Con lei il compagno, tre anni più giovane, un lavoro in un'agenzia che tratta immobili di lusso. Due bei ragazzi, figli della Milano bene. Un album pieno di foto, di viaggi in barca a vela, di feste. Nel suo sito Internet ha pure le fotografie scattate in clinica, a poche ore dal parto". Cocaine cutter di pixxiestailsInsomma l'esemplare tipico dei personaggi nelle cui mani è finita la città in questi ultimi decenni. Una che potrebbe portare al collo un nuovo oggetto di culto che potrebbe diventare trendy nella capitale della moda: il Cocaine Cutter. Le hanno tolto la patria potestà; mi sembra il minimo. Capisco che per sopravvivere in un merdaio simile, creato proprio da tipi del genere, non rimanga che ricorrere a sostanze psicotrope, della cui totale legalizzazione ribadisco di essere assolutamente a favore: a patto di assumersi la responsabilità delle conseguenze, spesso letali per il prossimo. E che non si venga a parlare di poveri infelici, vittime della società.
lunedì, 25 agosto 2008

I valdesi, l'eutanasia e la laicità dello Stato

Chiesa valdese di MIlanoChi mi conosce sa che sono ateo convinto piuttosto che un agnostico, con un totale disinteresse verso l'argomento religioso, che sfocia in sincera irritazione e fastidio al contorno di assunti metafisici, sottili disquisizioni, diatribe, leggende, rituali menamenti di torrone e quant'altro. Niente di più lontano da me che la figura, tutta italiota nel suo ossimoro, dell'ateo devoto alla Marcello Pera o Giuliano Ferrara, per intenderci. Ho questa posizione principalmente verso le tre religioni "del libro", i monoteismi che ben conosciamo e si assomigliano così tanto da essere in eterna competizione, per non dire guerra, tra di loro nonché al proprio interno. In particolare, essendo nato e vivendo nella terra che ospita il Vaticano, ho sviluppato un'idiosincrasia totale verso la chiesa cattolica, le cui imprese, peculiarità, vizi, ingerenze conosciamo come nessun altro al mondo (senza trarne alcun insegnamento). Intendiamoci: liberissimo ognuno di professare la propria fede, in privata sede, senza interferire con lo Stato che deve essere laico, se vuole avere il ruolo di minimo comune denominatore della convivenza civile tra cittadini con uguali diritti e doveri. Come fanno i valdesi, il cui sinodo si è aperto ieri a Torre Pellice (Torino) per concludersi venerdì 29 (in alto a sinistra, la chiesa valdese in via Francesco Sforza, a Milano). Mi preme qui segnalare la posizione sull'eutanasia e, in generale l'invito all'ascolto del "diverso": «Ascoltiamo il grido muto di Eluana Englaro che chiede di essere lasciata andar via. Ascoltiamo il grido di dolore degli immigrati in balia delle onde nel Canale di Sicilia», così il pastore Paolo Ribet, ieri; e l'intervista rilasciata dalla "moderatora" della Tavola Valdese, Maria Bonafede, che aveva espresso le sue preoccupazioni sull’arretramento di quel valore fondamentale che è la laicità dello Stato, tema caro ai protestanti italiani, come dice La Stampa, molto meno alla classe politica che pretende di rappresentarci, anche quella sedicente laica. Non stupisce che nel suo messaggio augurale il presidente del Senato, Renato Schifani, sottolinei l’importanza della chiesa valdese, «così italiana per storia e così garbatamente e utilmente straniera per impostazione». Già, tanto straniera da risultare aliena, in questo Paese.
postato da: mscaini alle ore 11:30 | link | commenti (1)
categorie: schifani, , laicità, chiesa valdese, eluana englaro
venerdì, 22 agosto 2008

Il mentitore che non si smentisce. Mai!

Il Cavalier banana al centro commercialeCi fa piacere, dopo il meritato riposo estivo rivederlo in forma strepitosa, a  differenza del suo Milan, a inizio stagione, il Cavalier Banana! Pirla come sempre (eccolo, ieri, più piccolo e giovanilista che mai a prendere un corroborante bagno di folla in un centro commerciale sardo), ha esordito sparando due balle sesquipedali in un'intervista al settimanale ciellino Tempi: di essere deluso da Uòlter Cialtroni per la sua sconcertante "sudditanza psicologica e politica del Pd verso le frange giustizialiste", ovviamente una boutade non avendo trovato mai un finto oppositore così accomodante da risultare complice se non alleato, salvo Dalemullah, il Líder Mássimo; e aver fermato la mano, che altrimenti sarebbe stata pesante,Cavalier banana, il ritorno dell"amico Putin nel Caucaso. Testualmente: «Grazie a Dio il mio amico Putin mi ha ascoltato. Altrimenti col cavolo che i carri armati russi si sarebbero fermati a quindici chilometri da Tbilisi. Abbiamo evitato un inutile bagno di sangue». Una frase, scrive il CorSera di oggi,  smentita da una nota di Palazzo Chigi: il Cavaliere non avrebbe mai pronunciato questa frase «che, tra l'altro, non appartiene certo al lessico del presidente del Consiglio». Che infatti, da bravo ganassa (in italiano: sbruffone) brianzolo che parla per dar aria ai denti avrebbe infatti più credibilmente detto: "Che culo che sono riuscito a parlare con quel pirla del Putin e lü, m'à dà a tràa, mi ha dato retta; se no col cazzo che si fermavano a quindici chilometri da... come si chiama quel posto qui? Sì, ciumbia, la Giorgia. Se non ci penavo io veniva su una bella russia, un bel casino". «La rivista Tempi ora sconvolge ogni regola cercando - conclude la nota - di attirare l'attenzione su di sé con una frase frutto, nella migliore delle ipotesi, di un equivoco, per non dire inventata». Parola del Berlüsca. Allora sì che possiamo crederci. Sulla fiducia.

giovedì, 21 agosto 2008

Praga, la maledetta primavera e la Russia di sempre

Koudelka - Russian Tank in PragueLa mattina del 21 agosto di 40 anni fa i praghesi si svegliarono con i carri armati sovietici per le strade: le truppe del Patto di Varsavia avevano invaso la Cecoslovacchia, intervenendo "in aiuto fraterno", secondo la locuzione cara allora come ora al Cremlino, con una forza stimata di almeno 300 mila uomini (su una popolazione di 10 milioni) e tra i 5 e i 7 mila mezzi corazzati, proprio in coincidenza con lo svolgimento del congresso del partito comunista che avrebbe dovuto ratificare definitivamente le riforme promosse dal segretario Aleksander Dubcek durante quella che è stata chiamata la "Primavera di Praga" e che fu, come rileva giustamente Enzo Bettiza (allora inviato del Corriere della Sera, direttore Giovanni Spadolini) nel suo recente libro dedicatole, dal sottotitolo La rivoluzione dimenticata, l'unico '68 "serio e pericoloso", oltre che davvero libertario, anche se in buona parte rimosso. A questoPraga, agosto 1968 proposito, segnalo la bellissima mostra "Praga '68 - Invasione", le fotografie di Joseph Koudelka scattate nell'agosto di quarant'anni fa allo Spazio Forma in piazza Tito Lucrezio Caro, a Milano, in zona Ticinese, fino al 9 settembre. Considerati i recenti avvenimenti nel Caucaso, è difficile non stabilire delle connessioni con quanto avvenne allora. Perfino la stampa nostrana, malata di provincialismo, è costretta a trattare argomenti che spaziano oltre il perimetro del nostro ombelico, e capita di leggere analisi di una certa consistenza e profondità. Con il consueto acume e rigore, Barbara Spinelli sulla Stampa di domenica scorsa sostiene come sia giunta Invasione/Koudelkal'ora dell'Europa, ossia di dare vita a un "nuovo ordine internazionale che difenda gli Stati nati dalla fine dell'URSS, ma dentro il quale la Russia non si senta estranea, reietta, nuovo nemico esistenziale utile per vincere le elezioni": si riferisce agli USA, che con la loro politica estera avventata e irrispettosa di qualsiasi regola e fatta di promesse che non sono in grado di mantenere, hanno indotto Saakashvili a cadere nella trappola di Putin contando su degli alleati, l'Occidente con gli Stati Uniti in testa, inaffidabili. La Spinelli sottolinea che è osservando la secessione del Kosovo che "Putin ha creduto di poter impunemente, anch'egli, usare il secessionismo contro un'integrità territoriale". Un parere così autorevole mi conforta nell'analisi che feci ai tempi del riconoscimento dell'ennesima entità statale su base etnica nel cuore dei Balcani, che giudicavo quantomeno frettolosa se non del tutto pericolosa e fuori luogo. Su una linea quasi opposta Angelo Panebianco sul CorSera di lunedì 18, a cui parere la mediazione europea tra Georgia e Russia operata da Sarkozy è stata essenzialmente fallimentare e l'Unione Europea uscita malissimo da questa crisi per tre motivi. Uno d'immagine: considerato il sostanziale controllo russo di ampie parti di territori georgiani al di fuori di Ossezia e Abkhazia, l'UE dà l'impressione di avvalorare l'idea di una Georgia a sovranità limitata; gli altri due di sostanza: aver preso di fatto le distanze dagli USA e dimostrato una "sordità sconcertante nei confronti del Paesi ex comunisti, ivi compresi quelli che oggi fanno parte dell'Unione". Non concordo sul mancato allineamento agli USA, ma le altre obiezioni e una serie di osservazioni non sono per nulla peregrine, tra cui quella che "l'involuzione autoritaria è la prima ragione del risorgente imperialismo russo, e che non si possono intrattenere con una democrazia (?) autoritaria le stesse relazioni di fiducia reciproca che  esistono tra democrazie liberali" (e questo a mio parere dovrebbe valere anche per la Cina, che democrazia non lo è per definizione) e che ai prepotenti piace avere a che fare coi "profeti disarmati" (e divisi al loro interno). Il 13 di agosto, sempre sul CorSera, era apparso un accorato appello di André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy, "Ora salviamo Tbilisi - Che non sia un'altra Sarajevo", in cui danno dell'inaffidabile al "nazional-capitalista" Putin. A parziale obiezione, sullo stesso quotidiano a Ferragosto un interessante editoriale di Pierluigi Battista che mette in guardia i sostenitori delle guerre umanitarie dai "rischi dell'assolutismo etico" nel tracciare paralleli tra Georgia e Kosovo, ricordando come nove anni fa "il ruolo di Saakashvili era impersonato da Milosevic e quello dei bombardieri che oggi colpiscono Tbilisi e Gori portava i colori di una Nato che non esitò a seppellire di bombe Belgrado". GoriSempre lunedì, per ricordare quanto nemmeno il presidente georgiano sia un portento in quanto a democraticità, l'intervista di Andrea Nicastro a Salomé Zurabishvili, franco-georgiana in passato ambasciatrice di Parigi a Tbilisi e in seguito ministro degli Esteri della stessa Georgia, carica da cui è stata silurata perché voleva negoziare e infine ieri, e pubblicato finalmente oggi nell'edizione on line, il reportage da Tbilisi di Bernard-Henri Lévy che paventa una "Georgia nuova Cecenia": appassionato, su alcune delle cui opinioni non sono d'accordo, ma attendibile dato che si trova lì in prima persona come testimone ad alto livello. Insomma, decisamente una matassa ingarbugliata in cui prima di parlare a sproposito o facendosi condizionare da Georgiacampagne di manipolazione dell'informazione (specialità in cui i russi tradizionalmente eccellono) è il caso di fare mente locale e approfondire l'argmento. Un'ultima considerazione: ho l'impressione che in questa riedizione del terzo millennio della Guerra Fredda (e di un equilibrio bipolare che comunque non tiene presente le nuove realtà, dalla Cina all'India al Brasile) per sfuggire alla logica della quale lo sforzo di creare un'Europa Unita è stata uno dei tentativi, Russia e Stati Uniti abbiano quantomeno uno scopo in comune, che è esattamente quello di vanificare l'idea stessa di un'Europa Unita che si muova autonomamente sullo scacchiere internazionale, sabotando ogni passo avanti in tal senso. Se non si condividono le politiche neoimperiali dell'uno e dell'altro contendente è invece proprio quella la strada su cui insistere.

lunedì, 18 agosto 2008

Geor/Gia lo sberleffo dei beach boys

Geor/GiaL'intenzione, con le notizie che arrivano dal Caucaso, era di scrivere un post serio. Il piano di pace in sei punti concordato da Sarkozy, in qualità di presidente di turno dell'Unione Europea, con i due intercambiabili zar del Cremlino Putin e Medvedev da una parte e con il satrapo georgiano Saakashvili dall'altro, tanto osannato solo cinque giorni fa come un grande successo diplomatico, si è rivelato, com'era prevedibile, scritto sull'acqua. I russi prima hanno rinviato il ritiro delle truppe a oggi, poi hanno minacciato la Polonia di possibili ritorsioni nucleari per aver sottoscritto un accordo per dotarsi di un sistema antimissile nell'ambito dello "Scudo Spaziale" NATO, infine fresco di giornata un monito alla vigilia della riunione straordinaria dei ministri degli Esteri della NATO che si terrà domani a Bruxelles: "siano moderati e stiano ai fatti" e se le conclusioni non saranno equilibrate, sarà "rottura". Nel frattempo il New York Times scrive che nell'Ossezia occupata sono state installate basi di lancio per missili SS21 in grado di colpire Tbilisi e poco fa il corrispondente di Sky-TG24 riferiva che per uscire dalla capitale georgiana i residenti devono chiedere permesso ai posti di blocco russi piazzati sulle strade d'uscita dalla città. Questi i fatti più recenti, tanto per ribadire che di gente che ha nel proprio DNA la menzogna sistematica, perché dal 1989 nell'ex Unione sovietica tutto è cambiato per Geor in azionerimanere com'era prima, non ci si può e deve fidare. Ma ci tornerò nei prossimi giorni, magari nel 40° anniversario di un altro "intervento in aiuto a un popolo fratello", quello in Cecoslovacchia del 20/21 agosto 1968. Le buone notizie arrivano dallo sport, e precisamente da Pechino, ed è la conquista della semifinale da parte della nazionale georgiana di beach volley che ha battuto l'Olanda e ora contenderà l'accesso alla finale agli USA.  Squadra costituita da due brasiliani, Jorge e Renatão (le due stupende facce da autentici paraculi ritratte nella foto in alto a sinistra), che hanno acquisito la  cittadinanza del Paese caucasico e con i nomi di Geor e Gia (stampati sulle magliette). Mio cugino Ado, che ha assistito agli sfrenati festeggiamenti dei due ciarlatani carioca stamattina davanti alla tv, dodici ore dopo stava ancora scompisciandosi dal ridere. Ho poi scoperto che sei giorni fa anche la squadraChristine Santanna y Andreeza Chagas femminile georgiana di questo sport da veri perdigiorno, composta da altre due brasileiras da sbarco, Christine Santanna e Andreeza Chagas, in arte Saka e Rtvelo (ossia le due parti del nome Georgia nell'idioma locale, nella foto a destra) ha giocato un tiro barbino proprio alle russe facendole imbestialire: "Abbiamo giocato contro il Brasile, non la Georgia. Queste non conoscono nemmeno il nome del presidente georgiano" aveva strepitato Alexandra Shiryaeva, completamente fuori dai gangheri. Se è per questo, al suo Paese non sanno nemmeno com'è fatta una spiaggia di sabbia, oltre a non possedere, insieme al buon gusto, nemmeno il senso dell'umorismo, perché la faccenda è davvero ridicola. Ironia che non manca ai georgiani: come ha detto il presidente della Federazione del volley locale Levan Akhvledian, "adesso che sono state sconfitte si lamentano di essere state battute dal Brasile, se avessero vinto, avrebbero detto di aver battuto la Georgia". Con gli arroganti, i prepotenti e i tiranni, lo sghignazzo rimane l'arma più micidiale e che fa più male, dopo la la rappresaglia sul portafoglio.

sabato, 16 agosto 2008

Quando la furbizia non paga: azzurrini del calcio eliminati dal Belgio

Giovani fenomeniCome avevo preannunciato una decina di giorni fa, sto effettuando un boicottaggio televisivo totale per quanto riguarda le Olimpiadi di Pechino, ma non mi era sfuggita la notizia della "pastetta" tra Italia e Camerun di tre giorni fa (uno squallido 0-0 che qualificava comunque la rappresentativa africana ed evitava a quella azzurra di incontrare già ai quarti di finale il Brasile, altra nazionale iperprotetta e piena di palloni gonfiati), che mi ha proiettato immediatamente con la memoria ad un altro Italia-Camerun, al "Mundial" di Spagna '82 poi vinto dall'Italia, un "biscottone" allora denunciato da Oliviero Beha ("Mundialgate", 1984, ora compreso in Trilogia della Censura, Avigliano Editore) e che gli costò il posto a Repubblica nonché un'incredibile e generale censura alle sue inchieste e ai suoi libri. Proprio il buon Oliviero, due giorni fa, sull'Unità aveva pubblicato un gustoso articolo rievocativo dal beneaugurante titolo L’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Che a volte, però, non paga: è con grande gioia che ho quindi appreso, direttamente dalla radio e poi dalle edizioni on line di oggi di CorSera, GaSport e Repubblica, che però si sono ben guardati di tracciare una relazione col comportamento furbesco a molto poco sportivo dell'altro giorno da loro stessiNazionale olimpica a terra sottolineato, dando conto dell'inesistente livello agonistico, della selva di fischi del pubblico pagante oltre che dello sdegnato "No comment" che tutto invece diceva di quell'altro repellente individuo, lo svizzero Joseph Blatter, l'onnipotente capintesta della FIFA, un'autentica mafia sovrannazionale presieduta da quello che è più gangster degli altri. Ricordo che solo due mesi fa, in occasione degli Europei austro-elvetici, si levarono alti lai e preventive mani avanti, frutto di evidente coda di paglia, paventando "biscotti" serviti dalle nazionali di Olanda e Romania che, accordandosi su una vittoria di quest'ultima, avrebbero eliminato la nostra rappresentativa anche in caso di vittoria con la Francia (così non fu, per la cronaca, e fu per demerito nostro, e a causa di una partita giocata senza "coglioni", che ci eliminò una timorosa Spagna al turno successivo). In un Paese abituato all'inciucio e a posteggiare in seconda fila, e dove vige la filosofia da retrobottega e sacrestia di paese alla Giulio Andreotti (il cui famoso aforisma A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina dovrebbe campeggiare come incipit in una nuova e più realistica Costituzione della Terra dei Cachi), figurarsi in quale considerazione sia tenuta l'etica sportiva (basta andare a a vedere un incontro di calcio giovanile e osservare come si comporta il pubblico di genitori e parenti di ragazzini dai 6 ai 12 anni), per cui è logico che si attribuisca al prossimo l'intenzione di fare quello che faremmo noi nella medesima situazione, che è anche il motivo per cui nessuno conosce meglio e nei dettagli le possibili varianti della "perversione" sessuale più di chi ne ha diretta conoscenza, come ad esempio il clero cattolico. Per la serie chi la fa, l'aspetti, ecco dunque servito il biscotto. Per la precisione, alla belga, un fragrante gaufre, ossia un wafer. E tutti a casa.

giovedì, 14 agosto 2008

Frattini e la crisi georgiana: nènghe, massela netee!

Il gagà della FarnesinaNènghe: non capisco. Massela netee, non c'è problema, in maldiviano (ascoltate la pronuncia corretta). Perché tutto questo chiasso  sull'assenza del povero Frattini alla riunione straordinaria dei ministri degli Esteri della UE ieri a Bruxelles su fatti dell'Ossezia? "I Ventisette trovano l'accordo senza Frattini", titolava saggiamente stamattina La Stampa, sottolineando come del resto mancavano anche quelli di Irlanda e Slovacchia, Paesi che hanno delegato i rispettivi vice e come, in sostanza, si sia benissimo fatto a meno di loro. Noi, che siamo un Paese fondatore dell'Unione, abbiamo delegato nientemeno che il valente e onusto di cariche ed esperienza Vincenzo Scotti, riesumato per l'occasione, come segnalavo due giorni fa. Perché scomodare il ministro in persona, tra l'altro impegnato, come notava ieri l'ottimo Gramellini, a districarsi nell'Emergenza Maldive? E si sa che, quando si tratta di emergenza, noialtri italioti siamo degli autentici specialisti. Inutile che Repubblica si inalberi sollevando un inesistente "Caso Maldive", località dove il ministro gagà trascorre le sue meritate vacanze, e che il CorSera dia spazio alle indignate reazioni della deputata dipietrista Silvana Mura che, forse rosa dall'invidia, dichiara che «c'è la crisi in Georgia, i ministri europei si riuniscono d'urgenza e lui resta a crogiolarsi al sole» arrivando al punto di parlare di "pessima figura internazionale". Questo è qualunquismo e populismo becero. "Oggi le moderne tecnologie permettono di restare in contatto da qualsiasi parte del mondo. E io ho contribuito in modo decisivo a formare la strategia che ha portato alla mediazione tra le parti. Sarebbe assurdo affermare il contrario", ha dichiarato seccato il ministro gagà ieri sera al TG1, assicurando la sua presenza invece martedì prossimo al vertice straordinario dei capi delle diplomazie NATO, dove non solo "si prendono decisioni politiche che non sono preparate prima", e dunque più importanti, nella visione del pariolino col ciuffo a riporto, ma soprattutto il fighetta della Farnesina potrà sfoggiareFrattini al mare la fresca abbronzatura esotica, del tipo "mattonato" che fa molto Italian Trend alla Briatore. Perché prendersela tanto, mi chiedo, quando è noto che almeno da quando è saltato letteralmente in aria Enrico Mattei, nel lontano 1962, la Terra dei Cachi è un Paese che non ha una propria politica estera, prestandosi al ruolo di zerbino degli USA e di loro quinta colonna all'interno del MEC e della CEE prima e dell'UE adesso, allineati e coperti nonché disponibili a sabotarne qualsiasi ruolo davvero autonomo per quanto riguarda sia la politica estera sia la difesa comuni? Del resto c'è una continuità anche tra i personaggi alla guida dell'orrido palazzone della Farnesina, dal "Divo Giulio" che ne fu titolare per cinque volte negli anni Ottanta, quasi una sinecura, quante Emilio Colombo, il cocainomane, a De Michelis detto l'onto, il ministro ballerino, per finire al velista di Gallipoli, Dalemullah, con cui il gagà pariolino ha in comune, oltre all'abbronzatura, gli abiti di Caraceni e la faccia da sberle, l'insopportabile spocchia e la smisurata quanto immotivata opinione di sé stesso: il Líder Massimo innamorato perdutamente della propria immaginaria intelligenza, il fighetta Franco della propria supposta bellezza. Di plastica.

martedì, 12 agosto 2008

Il ribollito

Vincenzo Scotti nel 1968Vincenzo Scotti oggiIn un primo momento avevo creduto di essere vittima di un'allucinazione, quando alle tre di questo pomeriggio ho acceso la TV per sintonizzarmi su Sky-TG24 e aggiornarmi su quanto succede nel mondo e ho visto uno spettro riemergere dal passato o, meglio, un' incubo: anche se indossava con falsa disinvoltura e autentico cattivo gusto  un raccapricciante camicione a quadretti larghi, di quelli che usano i boscaioli canadesi, sopra sbragonzi di tela azzurra che sembravano contenere a stento dei pannoloni, il volto mi risultava familiare in maniera inquietante. No, non era uno degli interpreti de "I mostri", capolavoro di Dino Risi del 1963: postura e aspetto lugubremente andreottiani (dalle spalle caduche, alla montatura degli occhiali, alle orecchie a sventola, pareva il sosia del Toni Servillo de "Il Divo"), si trattava proprio di Vincenzo Scotti, classe 1933, democristiano di lungo corso, sette legislature alle spalle dal 1968 in poi alla Camera dei Deputati (nella foto a in altro a sinistra com'era al suo esordio a Montecitorio, a sinistra come si presenta oggi), recordman delle preferenze (ben 219 mila nell'Anno di Grazia 1979, mentre facevo il servizio militare da quelle parti) sempre nel Collegio di Napoli-Caserta. Già ministro di tutto, come lo definisce efficaciemete Gennaro Carotenuto, nonché sindaco di Napoli (1984): un riciclato di pronto utilizzo, colpito solo di striscio da Tangentopoli e riemerso dalla melma prima come presidente della Associazione concessionari Bingo (rimase famosa la sua grottesca iniziativa, tre anni fa, di denunciare come illegali le tombole che si tengono nelle case del popolo, negli oratori e alle feste di piazza) e poi tornato agli onori del Parlamento, come senatore del MpA (Movimento per l'Autonomia, nato da una costola dell'UDC siciliana) di Raffaele Lombardo, nell'aprile di quest'anno e prontamente nominato sottosegretario agli Esteri nel quarto governo del Cavalier Banana. Intervistato, magnificava il ruolo fondamentale dell'Italia nella crisi russo-georgiana, che vede impegnati in prima fila il puttaniere del Consiglio (amico dell'omologo russo, Vladimir Putin) e il ministro gagà Frattini. Sarà lui, Vincenzo Scotti detto "Tarzan" (soprannome affibbiatogli da Carlo Donat Cattin, buonanima) che rappresenterà il titolare del ministero (dietro quel ciuffo, il nulla) domattina a Bruxelles alla riunione unitaria dei ministri degli Esteri dell'UE e ancora lui, nel pomeriggio a riferire alle commissione Esteri riunite di Senato e Camera. Instancabile. Sua collega come vice del ministro-fighetta, a rinverdire i fasti della indimenticata Margherita Boniver, Stefania Craxi. A volte, che dico: quasi sempre, ritornano. E mai in meglio.

sabato, 09 agosto 2008

A4 Venezia-Trieste: un'altra strage, e non per caso

Incidente A 4Com’era inevitabile, ancora un'ecatombe sulla A4, nel suo tratto più pericoloso, tra Venezia e Trieste, questa volta all'altezza dell'uscita di Cessalto. Nel primo pomeriggio di ieri un TIR ha abbattuto il guard rail, invadendo la carreggiata del senso di marcia opposto, falciando almeno tre automobili e provocando sette morti: questo il bilancio definitivo della Polstrada comunicato in serata, dopo ore di incertezza sul loro numero. Considerato che l’automezzo pesante procedeva a velocità sostenuta e si è pure incendiato, è andata ancora di lusso. A meno che l’autista non si sia addormentato o fosse ubriaco, perdendo il controllo del bestione, è chiaro che si trovasse in fase di sorpasso. Ricordo un analogo groviglio letale in cui avevano perso la vita ben 13 persone e 78 erano rimaste ferite 5 anni fa, a pochi chilometri di distanza, nel tratto fra Cessalto e Noventa di Piave: anche in quell’occasione la responsabillà era stata di un  TIR carbonizzato sulla A4TIR andato in fiamme, e si era data la colpa alla nebbia; che però, in marzo come era accaduto allora, è fenomeno tutt’altro che eccezionale nella zona. In realtà la causa era stata la velocità eccessiva in condizioni atmosferiche di scarsa visibilità, ma soprattutto i sorpassi azzardati tra “giganti” della strada. Si era parlato di un inasprimento dei controlli; di investimenti in misure di sicurezza; di costruzione di terze corsie in considerazione dell’aumento esponenziale del traffico in seguito allo sblocco delle frontiere orientali; di divieto di sorpasso tra mezzi pesanti. Sono passati cinque anni: niente. Parole al vento, promesse di impegni dettati dalla consueta “emergenza” peraltro di assoluta prevedibilità. Chi come me da sempre è costretto a transitare in quella zona, oltre ad affrontare con circospezione il budello che è ormai diventata la A4 fra Quarto d’Altino e Trieste-Lisert, conosce da lustri le forche caudine rappresentate dalla Tangenziale di Mestre e sa quanti anni di liti, fiumi di inchiostro, scontri di potere sono stati necessari per arrivare a un progetto di “passante” che evitasse l’attraversamento di Mestre, soluzione che già ai tempi in cui fu realizzata poteva venire in testa solo a dei mentecatti: è stata necessaria la quotidiana e pressoché totale congestione del traffico, parzialmente scongiurata con un classico rimedio all’italiana, l’eliminazione “temporanea”, e per ciò stesso ad libitum, della corsia d’emergenza, nonché, bisogna ammetterlo, la testa dura e la reiterata minaccia di dimissioni da pare del governatore del Veneto, Galan, per dare finalmente inizio ai lavori, e questo un paio d’anni fa. A parte lo stato disastroso di tutta la viabilità ordinaria del Triveneto, specie nelle sue zone più produttive, tra Padova, Vicenza, Treviso fino a Pordenone,  ferma di fatto agli anni Trenta, per quanto riguarda l’A4 che collega Trieste a Torino e costituisce l’asse transeuropeo Est-Ovest più meridionale, parallelo a quello ferroviario, in tragico ritardo anch’esso, non si può certo sostenere che l’incremento del traffico sia stato imprevedibile, almeno non a partire dal 1989, anno della caduta del muro di Berlino e, in seguito, con l’allargamento a Est dell’Unione Europea. Niente da fare: movimento di mezzi pesanti decupilcato in un decennio, governi di ogni colore che si succedono uguali nel loro disinteresse e nell’ignavia, e le corsie della tratta Venezia-Trieste rimangono due, come quando l’autostrada serviva essenzialmente a portare turisti foresti sulle spiagge venete e friulane. Per non parlare di un altro problema non lieve, ossia lo stato dei mezzi che transitano sulle nostre autostrade provenienti dagli ex Paesi dell’Est quando non da più lontano: uno su due non passerebbe una revisione secondo i nostri standard, e per fare dei controlli seri il personale scarseggia drammaticamente. Basta chiedere un parere a un agente della Stradale o a una pattuglia di Carabinieri in servizio su quel tratto di autostrada, Soccorsi incidente A 4per l'appunto pochi e non per colpa loro. Come non sono servite le proteste di Giancarlo Galan sono state inutili quelle di Riccardo Illy, quando era governatore del Friuli-Venezia Giulia, l’incazzatura quotidiana di tutti gli abitanti delle regioni interessate, di qualsiasi parte politica fossero: al “centro” se ne sono sempre fregati, ma anche localmente c’è sempre stato qualcuno pronto a sollevare le proprie obiezioni e fissare “paletti” in base all’interesse particolare che, in Italia, viene per definizione prima di quello generale. Il quale in questo caso non riguarda solo la mobilità, ma lo sviluppo, il benessere, la sicurezza, in definitiva la qualità della vita non solo attuale ma anche in prospettiva. Mancanza di previdenza, di visione del futuro, di programmazione; al loro posto “cultura” del giorno per giorno, dell’improvvisazione, della scaramanzia, in definitiva dell’eterna cialtroneria da autentica Terra dei Cachi, riscattata anche in questa occasione dalla miracolosa efficienza dei servizi di soccorso e dalla dedizione del personale intervenuto d’urgenza, dai Vigili del Fuoco alla Polstrada, ai Carabinieri e al 118, perché solo nell’eccezionalità e nelle condizioni estreme questo Paese mostra di avere ancora delle energie e una sua perversa, malata efficienza.

venerdì, 08 agosto 2008

Olimpiadi di Pechino 2008: buono spettacolo!

postato da: mscaini alle ore 08:02 | link | commenti (4)
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martedì, 05 agosto 2008

Pechino 2008: la diserzione virtuale

Giorgia MeloniMancano tre giorni all'inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino, e nell'Italietta della chiacchiera inutile era inevitabile che, con la rappresentativa nazionale, a parte qualche dopato dell'ultim'ora, ormai giunta nel Paese ospitante, e saltata ogni possibile forma di boicottaggio (troppi interessi e soldi in ballo) si scatenasse il finto putiferio sulla partecipazione o meno alla cerimonia di inaugurazione. Protagonisti tale Giorgia Meloni (a sinistra), deputata Pdl e nientemeno che ministro alla Gioventù (la sua, suppongo, considerata la tenera età: 31 anni) e l'ineffabile Maurizio Gasparri (più in basso, a destra), con trascorsi orgogliosamente in stile saluto romano, prossimità ai picchiatori di estrema destra e oggi poco onorevole presidente dei senatori del Pdl, già ministro delleMaurizio Gasparri Comunicazioni nel secondo governo Berlusconi (2001-2005) e in questa veste autore dell'omonima e vergognosa legge di "riordino" del sistema radiotelevisivo. Entrambi di provenienza AN, insomma sostanzialmente fascisti benché riveduti e corretti, da loro ci si aspetterebbe quantomeno un minimo di marzialità: invece è il solito codardo "armiamoci e partite" o, se si preferisce, un molto italiota "vai avanti tu che a me scappa da ridere" rivolto agli atleti perché prendano quella posizione sulla mancanza di rispetto dei diritti umani da parte della Repubblica Popolare cinese che la classe p