Uno dei tanti aspetti che accomuna il governicchio in carica a quello che l'ha preceduto, del resto nella migliore tradizione democristriano-dorotea e prima ancora gattopardesca che contraddistingue la storia politica italiana, è il rinvio all'infinito di qualsivoglia decisione. Quando non è più possibile il gioco dello scaricabarile (vero sport nazionale, altro che il calcio), come è evidente dalla pantomima in scena da tempo immemore sulle pensioni, si traccheggia, si concerta, si rimanda. Governare significa decidere, e dunque costoro non governano. Di poco fa la notizia che il decreto legge che conterrà i provvedimenti in campo pensionistico e che l'esecutivo prevede di emanare in settembre non conterrà modifiche sullo scalone previdenziale, che saranno attuate soltanto con la Finanziaria 2008. E allora di cosa stanno cianciando in questi giorni, dopo averci macinato i coglioni da sei mesi sulla consistenza del "tesoretto"? "Tesoretto", termine da parrocchietta alla Mario Pio, insieme al sindacalese "tavolo", fatto prontamente proprio dal pigro e servile giornalismo nostrano (proprio come i "furbetti del quartierino" che fu il tormentone di due estati fa, e che ha goduto di un recente revival) che probabilmente non è in grado di spiegare, o non vuole farlo, che si tratta del surplus di entrate fiscali registrato alla fine dello scorso anno. Forse perché potrebbe adombrare il sospetto che abbia a che fare con un aumento delle tasse, circostanza pervicacemente negata, e non soltanto con i primi risultati tangibili della lotta all'evasione. Si tralascia di dire anche alcune cose. Che si discute di età pensionabile, di gradualità e di scalini quando siamo uno dei pochi Paesi al mondo a prevedere delle pensioni di anzianità oltre a quella di vecchiaia in una nazione che insieme al Giappone detiene il record di longevità. Eredità di un sistema pensionistico retributivo che era stato creato nel primo dopoguerra e che aveva un senso negli anni del boom economico. Che lo si fa con un sindacato che ha avuto indubbi meriti nella storia italiana ma che è composto ormai da tempo in maggioranza da pensionati, compresi i dipendenti pubblici andati in quiescenza con 16 quando non 12 anni di contributi, seguiti dal pubblico impiego. Qui si tratta di numeri, prima ancora che di scelte politiche. Le quali peraltro sono tutte, ostinatamente, a discapito dei più giovani, di cui questi sindacati sono il nemico dichiarato. Altro che Concertone del 1° maggio: avessi 20 anni, all'apparire della Triade Epifani, Bonanni, Angeletti, in Piazza San Giovanni li avrei sommersi di improperi come nemmeno gli autonomi con Lama alla Sapienza nel'77. Per le pensioni, per quel che fanno e per il cast scadente e marchettaro, peraltro. Non si insiste mai abbastanza a ripetere che abbiamo accumulato un debito pubblico che in Europa è superato solo dalla Grecia, comporta il 106,4% del PIL (ossia più di quanto il Paese produca in un anno) e che a fine 2006 ammontava a 1.575.346 milioni di euro, che diviso per 58 milioni di abitanti fanno più di 27.000 euro a cranio. Ultracentenari e neonati compresi. E se anche la "concertazione" è sicuramente importante, avrei qualcosa da dire sul fatto che la destinazione del surplus di gettito fiscale che riguarda tutti venga contrattato solo con la parte interessata a mantenere sostanziali privilegi e non destinato a riduzione di un debito che riguarda, per l'appunto, la collettvità. Con ciò, che le pensioni minime siano vergognose, siamo tutti d'accordo, ma qua si entra nel campo dell'assistenza, che in Italia è pressoché sconosciuta, e non della previdenza. Però quando Montezemolo, come dice bene mdp nel suo post odierno, fa notare delle ovvietà sui sindacati e su quali interessi difenda obiettivamente oggi, tutta la casta, a sinistra come a destra, si erge a loro paladina, a difesa della rappresentanza (le cui regole vengono cambiate secondo convenienza), perfino della democrazia. Lesa maestà. Non si dice nemmeno un'altra cosa ovvia, che con un simile fardello di debito sul groppone, e con le spese per interessi che ne conseguono (per quanto si sia in epoca di tassi bassi, e non al 20/25% come negli anni Settanta, con l'inflazione galoppante che ricordo bene) non si va da nessuna parte e gli investimenti non si fanno. Altro che scuole, ricerca, innovazione, comunicazioni, strade, ferrovie, sanità, assistenza.
Il che significa ancora una volta mettere in atto l'eterno scaricabarile e fottere due volte il futuro a quelli che seguiranno: divorandoci ora il patrimonio invece che impiegarlo per creare le basi di un futuro decente e scaricando loro sulle spalle i costi astronomici delle nostre scelte. A prescindere dal fatto che le compia una casta di gerontocrati.