A dimostrazione, come scriveva qualche giorno fa Brodo, che proprio non la vogliono capire, non c’è niente da fare, ecco una pseudo analisi del voto fatta dal segretario dei perdenti del PD, Uòlter Cialtroni, intervenuto, come riporta l'Unità di ieri, in modo determinato e “quasi a sorpresa” al 23° congresso delle ACLI. Platea scelta non a caso, ovviamente: «C'è solo una cosa peggiore degli insuccessi elettorali: le spiegazioni degli insuccessi elettorali, quasi sempre frettolose, fatte di insopportabili luoghi comuni», dice lo staffettista che ha candidato, inciampando clamorosamente, Cicciobello Rutelli al Campidoglio, incassando la seconda legnata nell’arco di due settimane; e invita a guardare a quanto accaduto il Inghilterra. Ossia lontano. Peccato che il talpone la osservi senza indossare le lenti correttive, con gli occhi da irrimediabile miope qual è, da Roma, realtà ombelicale che non è stato capace di vedere nemmeno da vicino. «Vogliamo continuare - ha detto - a praticare la strada di una forte innovazione. Dal risultato elettorale, da quello che succede in Europa, io traggo la convinzione assoluta della necessità che l'idea di fondo del Partito democratico, costruire una grande forza del centrosinistra, che si posizioni non come una prosecuzione della storia della sinistra in una delle sue ennesime trasformazioni, rappresenti la possibilità di dare quella risposta innovativa di cui la società italiana ha bisogno. Abbiamo una grande forza, come dimostra il voto inglese, una forza consistente e superiore a quella di molti altri partiti europei. Penso che il voto inglese faccia capire meglio perché noi abbiamo sottolineato il valore di un 33,7% raggiunto per la prima volta nella storia di questo Paese da un partito riformista». E qui ricorda a Berlusconi che metà del Paese non è con lui: «Perché si deve ricordare che al Senato il 47% degli italiani non ha votato per coloro che governeranno. Dimenticarsi di questo significa non valutare che questo Paese è diviso a metà». Dimenticandosi però anche, lo smemorato, che se questo è vero, chi ha votato per l’opposizione rappresentata da lui a quel 40 % non ci arriva nemmeno di striscio. Ma questo capzioso ragionare sulle cifre, comprendendo a seconda delle circostante perfino chi è rimasto a casa, ossia a cazzo, fa parte del consueto ciurlare nel manico del politicante. Il punto centrale è che il Cialtroni indirettamente paragona il 33,7% ottenuto dal PD con il 24% a cui è sceso il Labour inglese, intanto definendo il proprio partito, che non ha nemmeno celebrato il suo primo congresso, senz’altro come “riformista”, come se ad attribuire questa qualifica bastassero le sue parole e non i fatti, tra cui l’operato al governo (e coloro che formano il PD ci sono stati negli ultimi due anni e, dal 1996 al 2001, altri cinque) e il conseguente, inesorabile giudizio del popolo sovrano; inoltre, paragonandolo al Labour inglese, che ha tutta un’altra storia. Mi ripeterò fino alla noia, ma il PD è erede diretto del PCI e della DC, e il primo non ha mai fatto chiaramente i conti con il proprio passato, non ha mai avuto, come si è sempre detto, né voluto, la sua Bad Godesberg (la svolta definitivamente riformista e “occidentale” della socialdemocrazia tedesca). Chi ci aveva provato, nell’89, Achille Occhetto, è stato silurato proprio da chi fa parte dell’attuale gruppo dirigente del sedicente Partito Democratico, in primo luogo quello che divenne allora segretario del PDS, il Leader Máximo (D’Alema), che ne è tutt’ora il marpione che tira i fili. In proposito, trovo calzante l’analisi fatta da Ernesto Galli della Loggia sul CorSera di ieri ma non basta: sorvola, il Cialtroni, completamente sul fatto che, a fronte del 44% ottenuto dai Tories di David Cameron, perfino il Partito Liberaldemocratico, pur orfano di Charles Kennedy, col 25% dei voti ha superato il Labour di Gordon Brown (anche se non nel numero di seggi (o meglio dei consigli conquistati) per il sistema elettorale inglese dell’uninominale secco che lo penalizza fortemente da sempre). Ed è esattamente quella l’area politica che in Italia non è rappresentata politicamente da nessuno, e prima del “terremoto” del 1992 era grosso modo coperta da quella che allora si chiamava area laica, ovvero PSI, PRI, PLI, PSDI e PR, e che, purtroppo, non è mai arrivata in Italia al 25%, schiacciata com’era dai due partiti ecumenici e “di massa”, la DC e il PCI, i cui gruppi dirigenti sostanzialmente intatti, e i loro eredi diretti, hanno dato vita all’Ulivo prima e al PD ora. Nel primo Dopoguerra quest’area era presidiata anche dal Partito d’Azione, a cui si devono le parti migliori della nostra Costituzione, oltre che della Resistenza, con buona pace dell’ala comunista che se ne è sempre appropriata come se fosse di sua esclusiva pertinenza, partito che si è dissolto per sua colpa ma anche e soprattutto per la micidiale azione congiunta dei due giganti su cui si è sempre polarizzato il voto dell’Italia repubblicana (e del popolo bue). Per la cronaca, nella mia carriera elettorale è sempre in quell’ambito che ho votato, con due sole eccezioni per l’allora PCI: alle amministrative del 1975 e alle Europee del 1989, per incoraggiamento ad Occhetto, ossia in due situazioni in cui il PCI non avrebbe potuto produrre più di tanti danni, preferendo votare per i radicali o per il PSI, perfino quello di Craxi, in funzione antidemocristiana e anticomunista: e senza essere costretto a votare direttamente per l’Esule (eufemismo craxiano per latitante) e la sua corrente, essendoci ai tempi la possibilità di esprimere non solo uno ma più voti di preferenza.