Nel suo post di lunedì scorso, lo stimato "collega" brodo si chiedeva, tra una intercettazione e l'altra, la valanga di riviste di pettegolezzo, il voyeurismo onanista incentivato dalla TV, perché ci sia così tanta gente che prova gusto a guardare il mondo (e che mondo) attraverso il buco della serratura. Per paradosso, ma fino a un certo punto, auspica il divieto assoluto di farsi gli affari degli altri, "salvo motivatissime eccezioni e relativo beneficio per la collettività". Anche perché si suppone che un guardonismo così diffuso e pervicace presupponga una totale mancanza di altre cure personali a cui attendere, come sostengono alcuni dei commenti. Ovvero: la pochezza della propria esistenza, nonché al contrario l'abbondanza di tempo a disposizione, inducono a fare da spettatori a quella del prossimo. In questo, noi italiani non siamo né meglio né peggio di altri. L'interesse da entomologi che gli inglesi nutrono nei confronti delle patetiche e spesso miserabili vicende della Royal Family o quello dei "cugini" franzosi al feuilleton da periferia Sarkò-Karlà fanno rivalutare perfino le battute da bar e gli apprezzamenti triviali, ma almeno carnali e comprensibili, per quanto senili, del nostro Cavalier cuménda brianzolo: il Bandana. Ciò che costituisce un unicum al mondo, è lo spazio concesso dalla sedicente stampa "seria" non solo al gossip in quanto tale ma al vippume nazionalpopolare in quanto punto di riferimento del Paese, alla cui opinione ricorrere quotidianamente e per ogni argomento, dalla vendita dell'Alitalia alle ultime prese di posizione di Ratzinger; dal reato di clandestinità alle morti sul lavoro; dalle ricette per una dieta calibrata alla formazione da mettere in campo domani contro la Romania; quasi che questo démi-monde sia l'unico strumento in grado di tastare l'animo profondo, ossia l'autentico modo di sentire e le aspirazioni dell'italiano medio, forse attraverso un processo di traslazione. Mi riferisco in particolare alle due corazzate della carta stampata in eterna concorrenza tra loro verso il basso: Repubblica-CorSera. Gli altri giornali seguono a ruota, come i pesci pilota, con l'eccezione della Stampa, sempre nei limiti del buon gusto, e dell'aplomb professionale del Sole-24 Ore. Manifesto e simili non sono giornali propriamente detti e non fanno testo, per quanto Liberazione abbia una sua côté figuette. E' una rincorsa al peggio. Forse i loro direttori o marketing manager ritengono gli italiani così cretini da dovergli propinare ogni volta una dose di ciarpame in più per renderlo "dipendente" (operazione perfettamente riuscita sul target RAI/Merdaset negli ultimi vent'anni) e avere la speranza di farsi acquistare in edicola. Anche in altri Paese in cui il pubblico legge molto di più che da noi esiste la stampa spazzatura, e svolge egregiamente il suo ruolo, analogamente e parallelamente a quella "seria", che non deflette dai suoi compiti e dai propri livelli qualitativi. Qui da noi, no: anche quelli che erano paludati e seriosi baluardi di un quasi inaccessibile sapere, o tali si ritenevano (allontanando il lettore medio) si sono messi a scorrazzare nei bassifondi culturali e fra la spazzatura dell'informazione offrendone i prodotti più putridi a piene mani. Non si capisce allora la prosopopea con cui si ostinino a menarla in ogni occasione sulla "imprescindibile ruolo della libera stampa nel formare la coscienza di una opinione pubblica degna di un Paese democratico" e consimili luoghi comuni a profusione. Basterebbero Chi, Eva Tremila e simili. Nella foto, la tuttologa di maggior prestigio e notorietà: Alba Zodiac Parietti.
